Il lavoro è importante.
Non è solo questione di sussistenza.
Il lavoro è autonomia, è libertà.
Chi lavora ne conosce il valore.
Per questo si piega, talvolta, a condizioni inumane.
C’è stato un tempo in cui si faticava 15 ore al giorno. Per paghe da fame.
In altri mondi accade ancora.
Il lavoro qualche volta abbruttisce, aliena, divora.
Di lavoro si muore ancora.
“La morte di un uomo è una tragedia, sosteneva Stalin, ma quella di milioni di persone è una statistica”.
Gli esseri umani non sono solo numeri, ruote di un ingranaggio, politico o economico.
Dov’è che è cominciato, com’è che una tragedia si è trasformata in statistica? Infortuni, disoccupazione, miseria, morte.
Quand’è che la clessidra si è capovolta di nuovo?
Che le regole sono diventate lacci? Da sciogliere.
Che le persone sono diventate costi? Da abbattere:
L’occidente aveva superato la contrapposizione fra lavoro e diritti, attraverso una lunga stagione di conquiste individuali e sociali.
Lotte, contrasti ma l’ago della bussola era puntato lì.
Anche per i Presidenti di Confindustria.
Di allora.
La qualità totale della produzione presupponeva adesione, identificazione, soddisfazione.
Non sono più necessarie?
Libertà d’impresa e libertà delle persone non sono più coessenziali?
O non sono più essenziali i lavoratori?
O solo i lavoratori che vogliono un lavoro migliore, desiderabile, equamente retribuito?
Marchionne è un buon manager ma ha detto una sciocchezza identificando il dissenso con l’assenteismo: in chi possiede forte il senso della propria dignità, la coscienza dei diritti coincide, in genere, con quella dei doveri.
Cosa succede, dove stiamo andando?
Qual’è il punto di tenuta, dell’assieme e delle sue parti?
Cosa consumeremo dopo aver consumato tutto, petrolio, terra, acqua, giustizia, dignità, vita?
Quale criterio di razionalità si è smarrito?
Quale scintilla di umanità si è spenta?
Non siamo tutti più cattivi, naturalmente.
Siamo più indifferenti, questo sì, la soglia di attenzione e di reazione si è abbassata.
Abbiamo imparato, oh si fa presto, a non curarci della sofferenza di un immigrato, delle ansie di un precario, del turbamento di un disoccupato, delle difficoltà di tante famiglie.
Ci siamo creati meccanismi di estraniazione che ci aiutano a rimuovere la coscienza del rapporto che c’è tra il nostro benessere e il malessere di altri esseri umani.
C’è molto volontariato, certo.
E’ una risorsa straordinaria.
Ma è una generosità risarcitoria.
Da un lato, prima, una libertà senza limiti, nella sfera individuale ed economica, homo hominis lupus, insensibile alle persone e alla terra.
Dall’altro, dopo, separata, una solidarietà riparatoria, espressione della sfera morale o religiosa.
Il problema non è chi ricuce le ferite sociali, se lo Stato o il privato.
La questione è provare a ricomporre quel che si è scomposto, a tenere assieme, dall’inizio, libertà e giustizia per evitare di produrre ferite dolorose.
Il welfare è cresciuto così: per un senso di giustizia e per un’esigenza di coesione sociale.
Forse si può coltivare di nuovo l’idea di una libertà responsabile, che includa nel suo esercizio il limite, la solidarietà.
Anche nella sfera della produzione, in una ritrovata tensione etica.
Come espressione di un unitario e razionale progetto sociale.
Cosa c’è di sociale in un’economia di mercato che falcidia i salari e dilata le distanze?
Di cosa parlaTremonti, saltellando senza pudore tra citazioni di Einaudi e dazi doganali, cosa vuol dire quando teorizza il superamento del conflitto fra capitale e lavoro?
Il welfare, i salari, il lavoro, la redistribuzione della ricchezza prodotta, la progressività delle imposte, la tutela dei beni comuni, un’opportunità per tutti.
La ricerca della felicità.
E’ così che gira la ruota.
Nell’occidente democratico e cristiano.
La legittimazione di un sistema dipende dalla capacità di diffondere il benessere fra i cittadini, di far sì che il lavoro sia un buon lavoro, che la vita sia una buona vita.
Che un lavoratore non debba scegliere tra lavoro e diritti.
Che un’impresa non debba scegliere tra la loro negazione e la chiusura.
Anche questa è un’alternativa ingiusta.
Sono nodi che un imprenditore fatica a sciogliere da solo.
Anche un buon imprenditore, ce ne sono tanti, ne abbiamo bisogno, sono un grande patrimonio della comunità.
Sarebbe necessaria una nuova cultura delle classi dirigenti.
La forbice allargata ricchi-poveri non è accidentale, non è vista più come un fenomeno da riassorbire, ma come una condizione funzionale allo sviluppo, tanto più quando è costruito su produzioni a basso contenuto di innovazione.
Sembra prevalere l’dea che per “tenere” l’assieme sia necessario sacrificare alcune parti.
Che il bene comune, oggi, non consista più nella diffusione del benessere all’interno del Paese ma coincida con l’efficienza produttiva, a qualsiasi prezzo, perché chi può pagare le merci lo si va a cercare nei mercati del mondo.
Non muovo accuse.
Non ho una risposta.
Ce ne sono già troppe, in giro, di ricette facili.
Di risposte senza domande.
Come direbbe Heiddegger, non posso presentarmi a predicare in pubblico, non conosco alcuna strada per una modifica immediata dell’attuale stato del mondo.
Vedo bene l’ingranaggio in cui siamo.
E’ quello che sta divorando la mia agricoltura, il nostro territorio, il futuro di tanti giovani, la serenità di troppe persone.
So che è difficile sottrarvisi.
E’ lo stesso, in sembianze diverse, che ci ha portato dentro la crisi e che ora pregiudica la ripresa.
Ma questo non ci libera dalla responsabilità.
Ci stiamo nascondendo dietro una oggettività che non esiste.
Come alberi nella foresta.
Se c’è una cosa sulla quale la crisi dovrebbe ammaestrarci è che non esistono leggi assolute, che i modi di organizzarsi della produzione cambiano, interagiscono con le aspirazioni, i bisogni, il contesto ambientale.
Ci vuole una buona dose di conformismo per pensare ogni volta, fino alla prossima, che non ci sia un’alternativa, che non resti altro da fare che abbandonarsi alla corrente.
Abbiamo rinunciato a cercare strade diverse, a compiere scelte morali.
E’ come se si fosse congelato il pensiero, aggrappato al dogma del mercato autoregolato, spaventato di sé, del compito gravoso di ripensarsi, insensibile alle ragioni della crisi, alle sue conseguenze.
Ma la responsabilità, talvolta, è quella che ci fa dire no, che può essere altrimenti.
Bisogna diffidare delle teorie troppo dritte.
Nessuna alternativa di sistema, nessun ritorno indietro ma un uso intelligente della globalizzazione per risolvere le contraddizioni che l’incontrastato incedere del capitalismo ha generato.
Serve un ruolo ordinatore della politica.
Per sbrecciare questo muro fortificato.
Se non un altro mondo, subito, un altro modo è possibile, adesso.
Se ancora non si sono, le alternative, bisognerà cominciare a cercarle.
Forse le lucciole non sono scomparse e basta volerle vedere.
Guido Tampieri
Bentornati nel mondo di Mr.Dickens.
8 luglio 2010 di ecodemravenna