2 luglio 2010, in Articoli
“Ho avuto la fortuna di conoscere Enzo Tiezzi, a Siena, nei primi anni ottanta. Non era ancora stato pubblicato il suo libro forse più celebre, quel “Tempi storici tempi biologici” che, pubblicato nel 1984, avrebbe profondamente influenzato l’ambientalismo italiano. Enzo faceva parte, in quegli anni, del ristretto gruppo di scienziati che, tra Stoccolma, Barcellona e gli Stati Uniti, stava mettendo a punto il concetto di “ sviluppo sostenibile”.
Così, con queste parole, molti anni dopo, avrebbe poi ricordato l’origine di quel concetto:
“… il termine sviluppo sostenibile, in lingua originale sustainable development, è nato da una intelligente intuizione di Brian Morton, dell’Università della California, basata su un termine inglese che fino ad allora era un termine musicale. Se voi suonate una nota di un pianoforte, DO, dopo un attimo la nota si spenge. Chi suona il piano sa che per mantenere nel tempo questa nota si deve pigiare un pedale. Questo pedale, da sempre, in termini musicali si chiama sustain che vuol dire appunto “sostenere nel tempo la nota”. Da qui è nato il concetto di sviluppo sostenibile. Prima di allora si parlava di carrying capacity del pianeta, ossia di capacità portante del pianeta. Ma la solidarietà generazionale di cui parla il grande economista americano Herman Daly, cioè l’idea di estendere al futuro, alle future generazioni, lo sviluppo, è nata proprio dal verbo to sustain, perché to carry è la mia capacità di portare ora mentre to sustain è la capacità di portare nel tempo cioè di sostenere lo sviluppo anche per le future generazioni. Così è nato questo concetto, e io ho avuto il piacere e l’onore di essere l’unico italiano presente nel gruppo che ventuno anni fa, eravamo nell’84, ne pose le basi. Tre anni più tardi, nell’87, la signora Brundtland usò questo termine nel Rapporto alle Nazioni Unite”.
Scienziato e studioso di fama internazionale, Enzo Tiezzi è stato uno dei padri dell’ambientalismo italiano, attraverso un appassionato impegno segnato dalla capacità di gettare un ponte tra cultura scientifica e cultura umanistica, tra ecologia ed economia, in sintonia con personalità come Edgar Morin, Elya Prigogine, Herman Daly, Barry Commoner.
Scienziato, ambientalista, ma anche uomo di sinistra pronto a dare una mano sia nella sua Siena – fu anche grazie al suo contributo di analisi e di idee, ad esempio, che il PCI senese, con una svolta ambientalista lungimirante e coraggiosa che lo portò ad essere definito “il PCI più verde d’Italia”, mise al centro del suo programma, già nella seconda metà degli anni 80, l’idea uno “sviluppo ecologicamente sostenibile” – sia attraverso un impegno politico sul piano nazionale che ad un certo punto prese per Enzo anche la forma di esperienza istituzionale, in Parlamento, come deputato nel gruppo della Sinistra indipendente dal 1987 al 1992.
Lo avevo sentito al telefono, l’ultima volta, all’inizio di quest’anno: mi aveva chiamato per commentare una mia intervista sulla green economy, ed ero stato felice di sentirlo. Sapevo che era malato, e mi erano tornate in mente le parole di una sua intervista all’Avvenire, nel 2005, che ad un certo punto lo aveva portato a parlare di sé e della morte: “Anche se ho una certa età mi piacerebbe vivere, e vivere ancora a lungo, quello che non mi piace è l’attaccamento morboso che spinge ad effettuare le manipolazioni più terribili… Tutto mira a dare un’illusione di eternità che non fa parte della natura umana. Non si affronta così il problema della morte. Si debbono sopportare le malattie che abbiamo, e accettare la morte con rassegnazione: l’atarassia, come dicevano Epicuro e Lucrezio”.
Precursore del concetto di sviluppo sostenibile e di una moderna cultura ecologista, Enzo ci ha lasciato proprio mentre da un lato la crisi ambientale globale si fa sempre più grave – a cominciare dai cambiamenti climatici – ma dall’altro, per fortuna, sembra finalmente prender corpo attraverso la rivoluzione della green economy quella svolta verso un nuovo modello economico che, se accompagnato da una svolta anche negli stili di vita e nella concezione stessa del benessere, potrebbe dare all’umanità nuove ragioni di fiducia nel futuro. Proprio per questo mi tornano ora in mente quelle sue parole sull’origine del concetto di sviluppo sostenibile: “..chi suona il piano sa che per mantenere nel tempo una nota si deve pigiare un pedale che si chiama sustain e le fa risuonare a lungo nel tempo”.
Ciao Enzo, grazie per ciò che ci hai insegnato, e per le note che hai saputo suonare: note che messe in fila, una dopo l’altra, fanno del tuo pensiero un pensiero capace di durare nel tempo.
Fabrizio Vigni