Richiesto di spiegare le ragioni della sua adesione alla causa repubblicana nella guerra civile di Spagna Ernest Hemingway rispose: ”Sto con la gente decente”.
La scelta cui siamo chiamati è ancora quella.
Anche in questi tempi confusi.
Nei quali la ragione si smarrisce, la passione civile è sgomenta, la speranza di un’Italia migliore sembra allontanarsi.
E la politica, che dovrebbe capire, pensa di non essere capita.
Non è la fine della storia, non c’è un vento della storia che allontana la società dalla sinistra.
La storia siamo noi, siamo noi a decidere la direzione del vento.
L’Italia ammaliata da Berlusconi, l’Italia “imbarbarita e xenofoba” è la stessa che per due volte in 10 anni ha votato lo schieramento progressista.
Quando suscitava speranza, fiducia, identificazione.
Prima di creare disillusione, sfiducia, allontanamento.
Per propria esclusiva, futile responsabilità.
Non si può addebitare alla modifica dei gusti del cliente la decisione di non tornare in un negozio nel quale, per due volte, ha comprato un prodotto che si è rivelato diverso da quello che gli era stato garantito.
Dirgli che il nuovo commerciante cui si è rivolto vende merce avariata è una verità insufficiente ad indurlo a tornare.
Potrebbe decidere di non servirsi più di nessuno dei due.
Concedere la propria fiducia è una cosa importante.
Le persone serie non lo fanno con leggerezza.
E’ salutare che i cittadini siano esigenti verso di noi.
Per ristabilire un rapporto di fiducia bisogna dimostrare che qualcosa è cambiato.
Finora non è accaduto, non come dovrebbe, non come potrebbe, non come la gente vorrebbe.
E’ cambiata, anche grazie alla legge elettorale, la geografia politica, forze che vanno e forze che vengono, ma persiste la patologica tendenza all’autoreferenzialità, l’ansia di distinguersi, la presunzione di possedere in esclusiva le risposte del presente e le chiavi del futuro.
C’è tanta mediocrità in giro.
Molta presunzione e poca responsabilità.
Il Pd, ridimensionata la vocazione maggioritaria, che voleva essere una risposta di prospettiva all’impossibilità di portare a sintesi di governo una moltitudine eterogenea di forze, fatica tuttavia a rendere credibile un progetto per l’Italia sostenuto da uno schieramento alternativo.
Ciò che si vede, per ora, somiglia troppo all’Unione ed è privo della forza suggestiva dell’Ulivo.
Anziché disputare fanciullescamente di chi abbia perso più voti negli ultimi anni forse è di questo che dovremmo occuparci.
Dei contenuti che ci facciano ristabilire un rapporto col Paese e di come esprimere una forza di coalizione che garantisca, questa volta, la solidità che un Governo deve avere.
Il Pd è nato per questo.
Ma non è ancora, per curiosità, coesione, apertura, personale politico, idee il partito nuovo che voleva essere e di cui la democrazia italiana ha bisogno.
Il confronto interno non raggiunge il livello di verità che ci coinvolge.
Meglio dirlo adesso.
All’inizio della lunga marcia verso l’alternativa.
Quando c’è ancora tempo per fare bene le cose.
Meglio parlarne adesso.
Senza soggiacere al mortale ricatto del pensare positivo, ai silenzi che alimentano le complicità: non è male dire male del male.
Troia non cadde a causa del dono profetico di Cassandra ma per responsabilità di chi ignorò i suoi richiami.
E l’accusò di disfattismo.
La constituency del Pd, la nostra consistenza valoriale e sociale resta, nella percezione degli italiani, indefinita.
Non è colpa di questo o di quello.
E’ il limite di un intero gruppo dirigente.
“Siamo nati per mostrare una differenza”, padre Bianchi mi scuserà per la citazione irriverente, ma non siamo così diversi da poter parlare in nome di una diversità.
L’attenzione alle forme organizzative è importante ma è alla cura dell’anima che dobbiamo attendere prima ancora che a quella del corpo.
Si può perdere un’elezione ma non l’anima, il senso della propria direzione, la serenità di giudizio, lo spirito di ricerca, il sentimento di comunione.
Se si smarrisce la bussola, poi, ritrovarla è terribilmente difficile.
Dobbiamo rendere pubblica testimonianza dei nostri valori.
Farli vivere nel costume di vita interno, nei rapporti con le persone, nei progetti, nelle azioni.
C’è bisogno di esempi.
Di politici capaci di amare la propria missione, il proprio Paese più di se stessi.
Il rinnovamento va praticato, non predicato.
Se non si rinnova il Pd muore.
Ma non ci serve un rinnovamento purchessia.
Non ci servono carrieristi.
Né giovani guardiani del tempio privi del dono del dubbio e così insensibili da scambiare la fedeltà con l’amore.
In questo passaggio di idee e di uomini la cosa più importante è preservare l’autenticità del confronto, non cancellarla “indossando un’unica, terribile maschera di ferro”.
Il ricambio va guidato seguendo l’idea fondativa di un partito curioso delle culture del XXI secolo, che non si basta da solo, che vuole discutere, capire, imparare e, assieme, organizzare ed agire.
E’ un risultato lontano e vicino.
Bersani deve rompere i vincoli delle appartenenze, onorare le competenze, premiare le qualità.
Le idee verranno.
E’ urgente, il popolo del Pd lo vuole, i bambini ci guardano.
I valori, come il buon senso manzoniano, non sono morti, sono solo sopiti.
La “nuova Italia”, questa “grande forza debole”, come l’ha definita Ilvo Diamanti, moderna e conservatrice, è ancora ricca di energie positive.
Di cultura del fare ma anche del pensare e del sentire.
Basta guardare al volontariato.
Ci sono problemi, non ci sono derive.
C’è un processo che l’ha resa più sensibile al messaggio individualista della destra ma la sua cultura non è monolitica, chiusa alle sollecitazioni positive, priva di contraddizioni né tanto meno definitiva.
Quest’Italia non va né giudicata né adulata.
Va capita e accompagnata nel suo cammino.
Nulla è compromesso.
Ingigantire le capacità dell’avversario è la ricorrente tentazione di chi è più incline a dissimulare i propri difetti che a correggerli.
La destra è scossa da contraddizioni profonde.
Il declino di Berlusconi è cominciato.
La Lega avanza ma in Lombardia e in Piemonte trova una limite alla penetrazione del messaggio ideologico che le da forza.
Al di là della concentrazione territoriale, che rappresenta un grande problema politico, vota Lega solo uno 0,78% di cittadino su 10 aventi diritto.
L’Italia non è leghista come non è berlusconiana.
Le situazioni cambiano e dobbiamo essere pronti a coglierle.
Il mondo moderno ha fretta di risultati.
Tutto si consuma nella società dei consumi, uomini e politiche.
Tre anni sono un lampo e un pezzo d’eternità, a seconda di come li utilizziamo.
La buona politica illumini la notte e i giovani sapranno riconoscere il colore delle cose.
Li faccia sentire importanti e sapranno assumersi responsabilità.
Dia loro fiducia e la meriteranno.
Giovani veri, entusiasti, esigenti, inappagati, impazienti, imprudenti.
Giovani.
Quel che vedono non può soddisfarli.
E’ necessario che portino lo scandalo nel tempio della politica.
Su la testa e al lavoro, allora.
Non prima di aver recitato tre mea culpa e di aver frequentato un corso accelerato di modestia.
Per rappresentare degnamente la gente decente.