“Solo chi non ha ascoltato le ultime notizie può sorridere” scriveva Bertolt Brecht.
Nonostante ognuno si affanni a dimostrare di aver vinto in queste elezioni regionali abbiamo perso un po’ tutti.
“Le ultime notizie” sono che un italiano su tre non è andato a votare.
L’astensione è la più rilevante nota di questa tornata elettorale.
I partiti vedono allargarsi il fossato che li separa dalla considerazione dei cittadini.
E’ un serio problema democratico.
Invece di addebitarne le ragioni a cause esterne sarebbe salutare una riflessione approfondita sulle ragioni interne al sistema.
Al di là delle deformazioni interessate di chi coltiva della democrazia un’idea rarefatta e inerme resta il fatto che il mondo politico, con gradi di responsabilità differenti, da tempo non offre di se un’immagine attraente.
C’è una perdita di credibilità che riduce la rappresentatività dei partiti e li priva dell’apporto di energie rinnovabili fondamentali per garantire la qualità degli uomini e delle idee.
Questa spirale va spezzata.
Il solo antidoto all’antipolitica è la buona politica, quella che risolve i problemi e progetta il futuro, quella che scalda i cuori e stimola le intelligenze, quella che restituisce un senso alla partecipazione dei cittadini.
C’è bisogno di testimonianze di integrità personale ma anche di scelte collettive capaci di creare anticorpi alla deriva personalistica, di restituire alla politica quel carattere di dedizione disinteressata all’interesse comune che solamente suscita, specie a sinistra, attrattività e identificazione, invita alla militanza e al proselitismo.
Come si può difendere una causa se non la si sente propria?
Come ci si può sentire vicini se si è tenuti lontani?
Come si può evangelizzare se non si è evangelizzati, direbbe padre Bianchi?
Dobbiamo analizzare senza pregiudizi l’astensionismo, che colpisce anche la sinistra, e i nuovi movimenti che sembrano penalizzare, come in Piemonte, specialmente il Pd.
La decisione di non votare è spesso la conclusione sofferta di un percorso di disaffezione, un messaggio politico consegnato al silenzio, l’avviso ai naviganti di una disponibilità non incondizionata.
Va guardata con rispetto, senza impazienze, può aiutarci a capire e a migliorare.
Così la difesa ferma della funzione dei partiti, che della politica sono il fondamento costituzionale, non deve indurci a catalogare sotto la voce dell’antipolitica, che pure vi trova forte rappresentanza, tutto ciò che si muove fuori o in disaccordo dai partiti tradizionali.
Quelle espressioni della società manifestano talora precise ancorché particolaristiche posizioni politiche, come il movimento anti Tav e, spesso, sono il preludio ad una organizzazione in forma di partito.
La linea di demarcazione non è così rigida, né fissa.
La contrapposizione società civile-partiti è, in democrazia, innaturale, una condizione temporanea che si ricompone lungo una linea di scontro-incontro, in equilibri sempre nuovi.
I partiti svolgono la loro funzione solo se sono espressione di una società viva, politicamente attiva, partecipe, vigile, responsabilmente critica, che tiene in tensione il sistema e ne stimola il miglioramento.
E’ bene dirlo con chiarezza: c’è ancora vita nei partiti e c’è vita, passione civile, politica fuori di essi.
Di lì, da questa acquisizione culturale aperta nelle due direzioni comincia la distinzione tra ciò che è buono, tra i partiti e nei movimenti e ciò che non lo è, la separazione del loglio dal grano.
La maggioranza delle regioni è, ora, in mano alla destra.
Regioni importanti, sia detto con rispetto delle altre; ci sono, come direbbe Kant, cose che si contano e cose che si pesano.
L’omogeneità fra Governo e Autonomie rappresenta un fattore politico nuovo.
Come nuovo è il ruolo della Lega sulla base di un risultato che la rafforza e le assegna responsabilità istituzionali di primaria importanza.
In termini assoluti il suo consenso non va molto oltre la conferma dei voti militanti, estranei al dubbio, insensibili ai risultati (modesti), resistenti all’astensionismo che già aveva.
Non sfonda affatto a sinistra-
Dovrà confrontare le sue ambizioni col Pdl ma, quel che è più importante, dovrà fare i conti, per la prima volta, con se stessa, col mito del buon governo che ha saputo abilmente creare, con la fine della rendita di posizione di un partito di lotta e di governo che non paga il dazio delle inadempienze.
Se ha vinto davvero lo si saprà quando sarà chiamata a rispondere davanti al Paese dei risultati conseguiti a Brescia come a Roma.
Ha perso il Governo, che non ottiene il riconoscimento invocato al suo operare inerte e non rappresenta la maggioranza degli italiani ma solo un cittadino su tre.
Ha perso Berlusconi, il cui fascino somiglia sempre più, anche nel trucco scenico, a quello di Gloria Swanson in “Viale del tramonto”.
Non vincono i grillini, i cui risultati sono ininfluenti sugli assetti del potere vero che vorrebbero scuotere.
Scegliere i bersagli giusti è prova di intelligenza, dentro e uori dai partiti.
E non può essere soddisfatto il Pd.
Il risultato non è pari alle nostre attese e ai bisogni urgenti dell’Italia. Ci aspettavamo qualcosa di più. Basta guardare negli occhi la nostra gente.
La consultazione elettorale si è tenuta in una stagione politica non comparabile a quella felice delle elezioni regionali del 2005.
Ma non è nemmeno più il momento infelice delle Europee 2009 che segnava il punto di caduta inerziale della schoccante fine del governo Prodi e della correlata sconfitta del centrosinistra nelle elezioni politiche 2008.
Il tempo non passa invano e gli eventi che hanno contrassegnato questi mesi pensavamo potessero lasciare un segno.
La crisi ha morso duramente le carni della società italiana, producendo un soprassalto di verità nella rappresentazione artefatta del Grande Illusionista.
L’azione del Governo ha manifestato tutta la sua inadeguatezza.
Le regionali in Francia facevano sperare che il vento avesse cambiato direzione anche in Italia.
Il congresso del Pd aveva cominciato a riallacciare il discorso interrotto di una alleanza per l’alternativa, scompaginato dalle troppe sconfitte e dalla poca chiarezza strategica.
L’aspettativa che Bersani, cosciente delle difficoltà e dei tempi necessari a costruire una condizione vittoriosa, aveva saggiamente misurata nell’invito duplice a mandare un messaggio di insoddisfazione al Governo e di incoraggiamento all’opposizione non si è realizzata.
Nel sistema a vasi comunicanti della politica il calo di consensi verso Berlusconi non travasa, ancora una volta, a sinistra, contenuto a destra dalle paratie stagne della Lega o deviato nelle aree golenali dell’astensionismo.
Una parte importante di elettorato, ancorché deluso dalle illusioni, non ritiene ci siano ancora le condizioni pervenire di qua.
Sulle ragioni ostinate di questa ritrosia che, in alcune aree, sedimentandosi, rischia di diventare incomunicabilità, bisognerà continuare ad interrogarsi.
Temo che la sola spiegazione del radicamento territoriale e dell’assetto organizzativo non sia sufficiente a spiegare.
Forse c’è anche qualche problema di contenuto, di personale politico, di rappresentanza, di modo di essere e di relazionarsi che il congresso non ha risolto.
Alcuni commenti a caldo dei soliti noti confortano, purtroppo, questa convinzione.
Ci auguriamo di non dover assistere allo sterile rituale di un gruppo dirigente autoreferenziale che si scambia i ruoli e le battute in commedia ad ogni elezione.
Non ci servono letture confortevoli, né lanci di pietre.
Mani innocenti che possono farlo non ce ne sono.
Servono, ora più che mai, onestà di intenti, solidarietà e modestia, tanta modestia.
E’ tempo di scombinare gli schieramenti interni e di aprire porte e finestre.
Per uscire e per fare entrare.
Per guardare la gente negli occhi, ad altezza d’uomo, come il segretario ha detto qualche tempo fa.
Vedremmo cose che forse da tempo non vediamo.
Non ci bastiamo così e non ci bastiamo da soli, né come Pd né come somma di partiti che devono dar vita all’alternativa: non è questione di numeri ma di idee, persone, sentimenti.
Abbiamo bisogno di trovare nella testa e nel cuore le energie per iniziare con slancio rinnovato una marcia lunga tre anni in territori nei quali dovremo riconquistare, con fatica rispetto, amicizia e fiducia.
L’onesta consapevolezza della realtà delle cose e dei nostri limiti attuali, assieme alla volontà di riconoscerli e superarli, può farci vincere la sfida.