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Più si avvicina la scadenza delle elezioni amministrative e più il centrodestra fa melina rispetto all’indicazione di quali saranno i cinque, otto, dieci siti, destinati a ospitare i nuovi impianti nucleari. Non solo il numero esatto è ancora scritto sulla sabbia, ma l’approccio nuclearista del centrodestra sembra scemare approssimandosi il confronto diretto col territorio. Il candidato del Pdl alla Regione Lazio, Renata Polverini ha esordito sul tema con una dichiarazione di disarmante vaghezza, trincerandosi dietro un bartaliano ‘va tutto rivisto’. Comunque, come ha sottolineato Ermete Realacci ieri durante il question time alla Camera, dietro la cortina fumogena innalzata dal Governo ci sono gli stessi identici siti di cui si parla dagli anni ‘70, perché la morfologia del nostro Paese è sostanzialmente identica ed è noto che il nucleare ha bisogno di acqua in abbondanza, dunque di un grande fiume o del mare. Per Scajola, che non si stanca mai di ripeterlo, l’atomo fa bene. Non deve però esserne così convinto se il governo è stato costretto a predisporre un complicato sistema di incentivi per gli enti locali affinché qualcuno accetti di portarsi un bel reattore francese vicino alla propria abitazione. E del resto non si spiegherebbe altrimenti perché le procedure elaborate dal Governo in materia di impianti nucleari siano così ipercentraliste, prevedendo addirittura l’equiparazione delle aree prescelte ai siti militari, per operare nella massima segretezza . A dicembre l’a.d. dell’Enel Fulvio Conti ha affermato che i siti dove sorgeranno le centrali nucleari in Italia sono già stati individuati. Dunque, se è vero quel che dice Conti, e riteniamo fortemente che lo sia, il governo aspetterà il 30 marzo per annunciare quali sono i siti, mentendo nel frattempo agli italiani nel fondato timore che gli irrisolti problemi di sicurezza del nucleare spaventino gli elettori. Non è questa l’unica panzana che il centrodestra racconta agli italiani, perché nessun esponente del governo ha mai risposto su quale sarebbe l’effettivo ritorno economico per i cittadini, a fronte di un investimento di non meno di 25 miliardi di euro per cinque centrali nucleari. Una grossa parte di questa somma sarebbe a carico dei contribuenti, sottraendo le risorse per sviluppare delle politiche energetiche realmente preziose per l’Italia, sia in termini di sostenibilità ambientale e di modernizzazione tecnologica, sia per l’adozione di politiche anti-cicliche per uscire prima e meglio dalla crisi. Impegnare cifre abnormi in una tecnologia obsoleta vuol dire distogliere i fondi per incrementare l’efficienza energetica, che consentirebbe una riduzione dei costi per famiglie e imprese, e per sviluppare compiutamente l’uso delle fonti rinnovabili, in primis l’energia solare. Il governo col nucleare fa un clamoroso salto all’indietro frenando sulla ricerca e sullo sviluppo delle nuove tecnologie energetiche. E’ necessario che il no al nucleare proposto dal Governo e il si convinto ad una svolta nelle politiche energetiche abbiano un posto di rilievo nella campagna elettorale del Pd per le elezioni regionali, tanto più che in molte regioni governate dal centrosinistra si sono realizzate esperienze positive in questo ambito. Ed è decisamente incoraggiante che nelle regioni dove con più probabilità verranno localizzati i nuovi siti nucleari i candidati governatori del centrosinistra – così Mercedes Bresso, così Emma Bonino – abbiano già ripetutamente assunto su questo tema posizioni chiare e impegnate.

Roberto Della Seta e Francesco Ferrante

I 500 milioni di individui più ricchi del mondo (circa il 7 per cento della popolazione globale) sono responsabili del 50 per cento delle emissioni globali di anidride carbonica, mentre i 3 miliardi più poveri sono responsabili di appena il 6 per cento delle emissioni di CO2.
E’ uno dei tanti dati contenuti nello State of the World 2010, il rapporto del Worldwatch Institute (appena uscito negli Stati Uniti, in Italia sarà pubblicato da Edizioni Ambiente) dedicato quest’anno soprattutto a un’analisi dei consumi. Ingozzarsi di cibo e di merci non fa bene né ai singoli né all’ambiente. Dal punto di vista della salute individuale c’è da notare che molti degli individui più longevi consumano 1.800-1.900 calorie al giorno, cibi poco trattati e pochissimi alimenti animali, mentre l’americano medio consuma 3.830 calorie al giorno.
«Serve un ripensamento fondamentale dei modelli culturali dominanti», afferma in un comunicato il responsabile della ricerca Erik Assadourian. Per fare questo: «Bisogna puntare sull’efficienza tecnologica e anche la politica deve giocare il suo ruolo nel ripensamento dei modelli culturali affinché la sostenibilità diventi la norma». Gianfranco Bologna, direttore scientifico di Wwf Italia e responsabile dell’edizione italiana del “State of the World”, che nel nostro Paese uscirà a marzo per le Edizioni Ambiente, mette l’accento proprio su uno dei temi più importanti del dossier: il saccheggio delle risorse naturali.
«Siamo abituati a vedere l’economia come qualcosa di scollegato dalla risorse materiali – afferma Bologna -. In realtà non è così: il bilancio dei flussi di materia, ormai calcolabili precisamente per ogni Paese del mondo, è aumentato del 50 per cento rispetto a 30 anni fa.
Per illustrare il concetto il Worldwatch Institute ha scelto in copertina una rivisitazione de “La grande onda”, celebre stampa dell’artista giapponese Katsushika Hokusai che raffigura un gigantesco cavallone pronto a spazzare via qualsiasi cosa.
La rivisitazione è opera dell’artista americano Robert Jordan. Si intitola “Gyre” e riproduce il cavallone con 2,4 milioni di frammenti di plastica. Sottoprodotti che il consumo umano genera freneticamente, incessantemente: tonnellate e tonnellate di frammenti come quelli usati da Jordan finiscono ogni ora nei mari del mondo.
Su Blogeko.it e su Repubblica.it

In termini assoluti si stima che ogni anno estraiamo nel mondo circa 60 miliardi di tonnellate di materie prime». Tradotto in termini di vita quotidiana sono le centinai di migliaia di cose più o meno utili che usiamo ogni giorno, oggetti stupidi o straordinariamente tecnologici, perenni o usa e getta, derivati da: silicio, petrolio, legno e altro.
«L’analisi originale che viene fatta in questo studio di cui sto curando la prefazione – continua il professore – è la distinzione tra esigenze reali e fittizie, quelle di carattere semplicemente psicologico». L’accezione che viene data al consumismo in questo caso è totalmente negativa perché agisce come un elemento di «disturbo» sulle nostre menti, direttamente collegate ai portafogli. Al momento di acquistare un oggetto, quindi, lo si fa solo per «dimostrare qualcosa a qualcuno» continua Bologna. Secondo il rapporto, economia, politica, religioni, educazione, media, e governi hanno il potere-dovere di intervenire subito. Di certo non si parte da zero, perché come segnalato nelle pagine del State of the world le buone pratiche esistono già.

L’Italia è stata portata ad esempio per il suo sistema di mense scolastiche a menu biologico. (TERRA.IT)

On. Alessandro Bratti

Dopo Copenaghen: tre priorità per Errani Il super vertice mondiale di Copenaghen, al di là dei risultati che ha avuto, non giuridicamente impegnativi per gli Stati, ci ha lasciato, comunque, alcune certezze. La prima, niente affatto scontata, è che nessun Governo al mondo si permette più di negare che l’aumento di temperatura della Terra non abbia una consistente causa antropica. D’altronde l’idea che si potesse impunemente restituire all’atmosfera in 200 anni tutta l’anidride carbonica fossilizzata durante più di 60 milioni di anni non appariva molto logica. Il rapporto temporale è di 1 a 300.000, la mente umana fatica assai a concepire quantità di tempo così lunghe. Per cercare di farcene un’idea immaginiamo che, su tutta la Terra contemporaneamente, si concentrasse in un ora la pioggia che mediamente cade in 300.000 ore (circa 35 anni). In quell’ora su ogni centimetro quadrato della pianura emiliana, dove non piove poi molto, cadrebbero 25 metri di acqua, qualcuno riesce ad immaginare gli effetti? se poi aggiungiamo che sull’Appennino ne cadrebbe due o tre volte tanta, e scenderebbe a valle, meglio non pensarci …. La seconda certezza è che l’attuale quadro politico- istituzionale mondiale, ancora fondato sulla cultura ottocentesca di sovranità nazionale, non è assolutamente adatto a governare fenomeni mondiali come quelli climatici che non conoscono né confini né dogane. La terza è che nel corso di questo secolo l’umanità sarà costretta dai cambiamenti ambientali da lei stessa procurati da una evoluzione accelerata dei propri stili di vita. O ci riuscirà scalando faticosamente l’impervio gradino che separa una cultura basata sulla competitività da una basata sulla cooperatività, o, comunque, dovrà adattarsi a modifiche ambientali non ancora del tutto prevedibili, ma, presumibilmente, assai traumatiche, se non catastrofiche. Il vertice, ad ogni modo, ha finalmente portato a livello di priorità assoluta mondiale il tema del controllo della CO2 scaricata nell’atmosfera dalla combustione di carbone, petrolio, metano e dei loro derivati. Sotto questo aspetto la regione Emilia-Romagna, o meglio l’intera pianura padana, è uno dei luoghi al mondo dove è necessario agire con la massima prontezza e decisione. Pubblicata dall’Istituto di Fisica Ambientale di Heidelberg, esiste una tristemente famosa cartina mondiale della presenza in atmosfera di diossidi di azoto, eccellente indicatore della quantità di combustibili fossili usati, che mostra una vistosa chiazza sull’Italia settentrionale. Assieme all’area Ruhr/Tamigi deteniamo il record europeo, aggiungete le aree vaste di New York e Pechino ed avrete il podio mondiale. Da noi, quindi, occorrerebbe una cura molto superiore alla media mondiale. Al contrario siamo in grande ritardo nell’affrontare il problema sia dal punto di vista dei trasporti, sia da quello della produzione di elettricità, sia da quello delle tecniche edilizie e dell’uso non estensivo del suolo. Il governo centrale sta concentrando i suoi sforzi su treni ad alta velocità, che non influiscono che in minima parte sull’uso quotidiano di decine di milioni di veicoli dotati di motore a scoppio, su conversioni di orride centrali elettriche ad olio combustibile con carbone cosiddetto “pulito”, che abbatteranno qualche inquinante ma incidono molto poco sui gas serra e sulle polveri fini e su improbabili centrali nucleari le cui scorie sono destinate a vagare di sito provvisorio in sito provvisorio per la gioia di migliaia di generazioni future. Sull’edilizia ed il consumo del territorio fra condoni, eliminazione di incentivi alle pratiche virtuose e ponti di Messina, il Governo Berlusconi-Tremonti va addirittura a rovescio. Non possiamo, quindi, che contare sulle forze dei governi regionali. E, qui, occorre fare una premessa: affrontare i problemi ambientali della pianura padana a livello di ogni singola regione è altrettanto sconsiderato quanto affrontare i problemi del pianeta nazione per nazione. Un coordinamento continuo, stretto e vincolante fra le Regioni che si affacciano sul Po è prerequisito necessario per uscire da velleitarismi o politiche di facciata. Purtroppo non pare che si stiano facendo passi avanti se non timidissimi e limitati a questioni strettamente idrauliche. Il coordinamento delle Regioni padane ai fini dell’abbattimento del principale gas ad effetto serra dovrebbe, perciò, essere la priorità assoluta della prossima Giunta Regionale che tutti ci auguriamo sarà presieduta da Vasco Errani. Presupposto di ciò dovrebbe essere non solo una azione decisa in controtendenza alle politiche del governo centrale ma anche una netta sterzata riguardo a quelle finora attuate dalla Regione Emilia-Romagna. Nel campo dei trasporti la priorità dovrebbe essere dotare, finalmente, la Regione di un Servizio Ferroviario Locale di livello europeo, con treni adatti ai Servizi Metropolitani, diversi da quelli del Servizio Regionale, che affronti in sicurezza, pulizia e con cadenzamenti a 15, 30, 60 minuti a seconda della lontananza dal rispettivo nodo il pendolarismo quotidiano per lavoro e studio che costringe centinaia di migliaia di lavoratori e studenti ad un uso distorto dell’automobile privata, uso antieconomico ed antiecologico. Occorrono un piano investimenti in materiale rotabile certo e continuo ed un costante incremento della spesa corrente. Le risorse si possono comodamente trovare ripristinando l’addizionale regionale del 10% sul bollo di circolazione autoveicoli dedicandola integralmente al trasporto su ferro. Si tratta mediamente di due euro al mese per automezzo che potrebbe portare alle casse della Regione 50/60 milioni di euro l’anno. Anche il Piano Energetico Regionale (PER) andrebbe rivisto alla luce del contenimento delle emissioni di CO2. L’indicatore degli investimenti dovrebbe essere la quantità di emissioni risparmiate a fronte di ogni euro investito. Dal PER stesso (tab. 7.1) rileviamo che ogni milione di euro investito in edilizia civile taglia 431 tonnellate di anidride, nell’industria 1244, in agricoltura 857 e nei trasporti 1792, non dovrebbero esserci dubbi sui settori dove indirizzare gli sforzi. Anche sulla scelta per investimenti in fonti rinnovabili si dovrebbe utilizzare lo stesso indicatore, dalla tab. 7.2 apprendiamo che ogni milione investito in idroelettrico taglia 1667 tonnellate di CO2, in eolico 767, in biomasse endogene (scarti di vegetazione) 777, in geotermia 1333, in solare termico 350, in fotovoltaico 100. Mi pare che tutta questa enfasi sul fotovoltaico non sia poi così giustificata. In effetti su qualsiasi tipo di investimento pubblico sarebbe sana pratica affiancare alla valutazione economico-finanziaria e a quella di impatto ambientale anche il calcolo dell’anidride carbonica emessa, o risparmiata, per milione di euro investito e trarne le opportune conseguenze. Ma il problema più complicato da affrontare è il consumo del territorio ai fini di urbanizzazione, consumo che è un po’ il simbolo del nostro attuale stile di vita. Negli ultimi 20 anni abbiamo utilizzato quasi un quarto della superficie della regione per case, capannoni, strade, ipermercati e servizi vari. Siamo terzi in Italia in questa classifica negativa. Continuando di questo passo fra qualche decennio di anni non esisterebbe più terreno agricolo o naturale. Non c’è chi non affermi che la tendenza va assolutamente fermata, o, meglio, invertita, iniziando a rinaturalizzare almeno gli alvei dei corsi d’acqua liberandoli da ogni tipo di costruzione. Ma su come raggiungere l’obiettivo non mi pare ci siano idee molto chiare. Il fatto è che, se non bastasse la spinta della speculazione fondiaria ed immobiliare, ed il fatto che l’edilizia è da sempre il principale motore di sviluppo economico nazionale, da quasi vent’anni dall’uso dei suoli i Comuni ricavano la principale entrata propria. I risultati si sono visti: villettopoli, zone industriali, centri commerciali ovunque. Non c’è squadra di calcio o basket che non aspiri a costruire uno stadio di proprietà con annessa cittadella detta dello sport ma, in realtà, del consumismo. E’ appena ovvio che qualsiasi blocco di questa pratica perversa deve fare i conti con una nuova proposta per la finanza locale. C’è poco da spremere le meningi, o addizionali locali sui redditi o, meglio, addizionali locali sui consumi. Sennonché sono terreni minati e dolorosi per ogni amministratore. Però, se vogliamo affrontare il problema sul serio, non resta che iniziare a parlarne con i cittadini.

Paolo Serra

L’Emilia-Romagna, regione “europea” per quanto riguarda il PIL e il livello di reddito procapite, può e deve diventare leader anche nella lotta alla più grande emergenza ambientale che mette a rischio la possibilità della vita umana  sul pianeta: l’aumento della temperatura terrestre e i conseguenti cambiamenti climatici indotti dall’effetto serra prodotto dalle attività umane.

I cambiamenti climatici non sono una minaccia futura; al contrario, sono già in atto, la temperatura del pianeta si è già alzata rispetto all’epoca pre-industriale. Dai dati dell’Arpa, risulta che nella nostra regione, negli ultimi vent’anni, si è ormai stabilizzato un aumento di due gradi della temperatura rispetto alla media registrata nei decenni precedenti. Con tutti i rischi connessi di aumento degli incendi boschivi, siccità, inaridimento dei suoli, per citarne solo alcuni.

In queste ore a Copenaghen si sta cercando di porre le basi per un accordo vincolante che porti alla diminuzione delle emissioni di gas climalteranti.  La nostra regione può e deve dare un contributo significativo al raggiungimento di questi obiettivi. Ne va anche del futuro del suo sistema economico.

L’impegno a contrastare effetto serra e le politiche necessarie a realizzarlo non sono affatto incompatibili con le necessità della ripresa economica: è sempre più evidente infatti che la transizione verso un’economia a basso contenuto di carbonio può portare grandi vantaggi in termini di sviluppo e di lavoro. La crisi climatica è strettamente connessa a quella energetica, dovuta all’aumento del costo dei combustibili fossili e alla esauribilità degli stessi, ovvero alla fine del greggio a basso prezzo per  l’aumento dei costi di estrazione. La soluzione in termini di sostenibilità ambientale della crisi energetica porta con sé benefici sul piano della crisi economica. Analogamente, imboccare la strada dell’economia verde apre scenari positivi per il superamento della crisi economica. Salvare il clima, usare le energie rinnovabili, puntare sull’efficienza energetica aiuta quindi sia l’ambiente che l’economia. Oggi anche i grandi Paesi emergenti, dalla Cina all’India al Brasile, si stanno muovendo in questa direzione, per non parlare del presidente americano Barack Obama che ha abbandonato la impostazione negazionista di Bush e ha dedicato alla green economy ingenti risorse con la legge di “stimulus all’economia”.

L’Emilia-Romagna in Italia può contribuire a confermare il ruolo di leadership dell’Europa nella lotta ai cambiamenti climatici e nell’innovazione tecnologica. E’ da questa consapevolezza che bisogna partire per curare l’economia della nostra regione, per recuperare con la green economy i posti di lavoro andati perduti in altri settori produttivi.

Nell’iniziativa  organizzata dall’Associazione Ecologisti Democratici a gennaio di quest’anno “Per un green new deal” si era parlato del piano per la creazione di un milione di posti di lavoro con la green economy.

La crisi economica deve essere anche per l’ER l’incentivo per un gigantesco sforzo di trasformazione dei sistemi industriali e delle infrastrutture, orientando  le iniziative di stimolo economico verso progetti che riducano l’impatto ambientale delle attività produttive e contribuiscano alla lotta ai cambiamenti climatici, o saranno i cambiamenti climatici a produrre danni irreversibili non solo al pianeta, ma anche ai sistemi economici, come insegna il Rapporto Nicholas Stern del 2007.

Quello della green economy è un terreno fecondo anche dal punto di vista politico, un’autentica prateria non presidiata dal governo Berlusconi che di tutto si occupa fuorché – in modo serio ed efficace – di contrastare, con uno sguardo rivolto al futuro, la attuale crisi economica. E’ un terreno sguarnito che il partito democratico, al contrario,  può e deve occupare, che deve fare proprio nel processo di definizione della propria identità politica, anche per aprirsi all’ascolto delle nuove generazioni, visto che è del loro futuro che si parla. In una fase così difficile, che vede migliaia e migliaia di famiglie in gravi difficoltà economiche, fabbriche che chiudono, manca nel nostro paese una Politica industriale. L’ultimo esempio risale al programma  “Industria 2015” voluto da Bersani quando era ministro dello Sviluppo economico del governo Prodi. Si ha l’impressione oggi che le imprese che ancora ce la fanno a stare sul mercato agiscano per forza propria, in assenza di una cornice di sostegno governativo indirizzata all’innovazione.

Nella nostra regione agiscono alcuni gruppi industriali di livello mondiale in questi settori, come Maccaferri nel settore del solare fotovoltaico, il Gruppo Umpi di Cattolica per l’illuminazione pubblica efficiente, Beghelli di Monteveglio per l’illuminazione a basso impatto, per citarne alcuni. Si possono creare utili sinergie. Abbiamo anche centri di ricerca di eccellenza: CNR, Enea, Centro Euromediterraneo per lo studio dei cambiamenti climatici e del loro impatto socio-economico.

Anche per supplire all’attuale assenza di indirizzo governativo, la Regione in particolare potrebbe, dovrebbe orientare la sua politica all’obiettivo di diventare una piattaforma energetica delle fonti rinnovabili, tecnologicamente avanzata, nella ricerca e  nell’uso. A partire dall’eventuale aggiornamento del Piano Energetico regionale che si rendesse necessario alla luce delle risultanze della Conferenza di Copenaghen.

Alcuni esempi di ciò che si potrebbe fare:

  • Sostegno alla riqualificazione degli edifici a cominciare da quelli di proprietà o in uso della regione
  • D’intesa con le categorie economiche interessate (sindacati, Confindustria, Api, Cna Confartigianto…) sostegno alla formazione professionale in questi settori
  • Sostegno al coinvolgimento delle imprese regionali nei progetti di cooperazione e interventi nei paesi in via di sviluppo, previsti dal Protocollo di Kyoto
  • Sostegno alle misure e agli interventi di adattamento ai cambiamenti climatici già in corso.
  • Sostegno all’uso delle Energie rinnovabili/ interventi di efficienza energetica/
  • Rilancio del progetto Riviera solare
  • Turismo sostenibile
  • Agricoltura di qualità a basso impatto sul clima
  • Ristorazione a chilometro zero
  • Allevamenti di qualità a basso impatto

Nell’attuale situazione di crisi economica, c’è il rischio che riaffiori la tendenza ad indebolire il sistema delle tutele ambientali cavalcando l’equazione semplicistica che la difesa dell’ambiente comporti un aggravio dei costi e quindi sia antieconomica. Al contrario, è importante impegnarsi a confermare e rafforzare le politiche di difesa dell’ambiente. Per questo, per garantire innovazione pulita, la sola in grado di reggere la competizione, è necessario che la Regione mantenga alta la guardia sul  sistema dei controlli ambientali.

Uno dei punti più critici della nostra regione riguarda, notoriamente, il consumo di territorio. In un contesto molto antropizzato, si sono però preservate porzioni del territorio mediante l’istituzione e la difesa di ampie zone protette. Occorre rafforzare queste politiche di tutela del territorio promuovendo i settori delle economie locali favoriti da questo contesto protetto. E occorre invertire il trend di consumo di territorio, limitando l’utilizzo di “green land” e incentivando la conversione ed il riutilizzo di “brown land”. Mettere la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio al primo posto rappresenta la possibilità di produrre efficienza energetica nel settore abitativo combinata con la creazione di posti di lavoro.

Questa mattina si inaugura il completamento del collegamento Alta Velocità tra Bologna e Firenze. Perché il sistema dei trasporti  tra città funzioni, occorre far funzionare la mobilità urbana in ciascuna città, cogliendo anche in questo caso opportunità economiche. Nel Libro Verde “Verso una nuova cultura della mobilità urbana” (del 2007) la Commissione Europea ha valutato che la congestione del traffico nei centri urbani costa l’1% del Pil europeo. Vuol dire che ogni anno l’economia europea perde negli ingorghi stradali 100 miliardi di euro. E considerando il contributo all’inquinamento e al fenomeno dell’effetto serra, sempre la Commissione Europea scrive nel Libro Verde che “il traffico urbano genera il 40% delle emissioni di anidride carbonica  e il 70% delle altre emissioni inquinanti prodotte dagli autoveicoli”.

Per ridurre questo negativo impatto ambientale ed economico è quindi centrale dare la priorità agli investimenti per il trasporto su ferro e favorire la mobilità urbana sostenibile, dal trasporto pubblico alla ciclabilità urbana, non solo con la creazione di percorsi/piste ciclabili lontane dalle strade più inquinate, ma anche con la diffusione/imposizione di  politiche di traffic calming, ossia di misure di moderazione del traffico per aumentare la sicurezza dei ciclisti urbani, che oggi appaiono in alcuni contesti dei veri e propri eroi; e vanno recepite le richieste avanzate dalla FIAB, Federazione Italiana Amici della Bicicletta, in relazione agli obiettivi della Carta di Bruxelles 2009. In regione abbiamo alcune eccellenze, come Ferrara, Modena, Parma, Reggio Emilia, che possono fungere da modelli da cui trarre esperienze da diffondere altrove.

Nel campo della gestione dei rifiuti urbani

  • rispettare gli obiettivi della direttiva-quadro europea per una corretta gestione del ciclo dei rifiuti dando priorità alla riduzione, al riuso e al recupero, settori che possono generare nuova occupazione;
  • e lotta al traffico illegale dei rifiuti e alle ecomafie in genere, che hanno già messo piede anche nella nostra regione.

Ultimo punto: le politiche di trasformazione, nelle difficili fasi di transizione come questa, richiedono più che mai informazione e consenso per affrontare il cambiamento. E’ necessario favorire la partecipazione dei cittadini alle decisioni che incidono su salute e ambiente, incentivando e sostenendo i processi partecipativi e di informazione. Si può prendere spunto dalla regione Toscana dove è in vigore una legge sulla partecipazione.

Per concludere un commento – ovviamente a posteriori rispetto all’intervento che avevo preparato – di convinta soddisfazione per quanto ha detto Errani.  Viste le (mie) premesse, non posso infatti che condividerne l’impostazione e la sottolineatura della centralità della green economy, sia dal punto di vista  dell’innovazione e delle opportunità che offre al contesto produttivo, sia perché è in grado di parlare alle giovani generazioni del loro futuro. Folgorante poi la richiesta  al governo che renda note, prima delle elezioni, le sedi delle ipotizzate centrali nucleari.

Per chi, come l’Associazione Ecologisti Democratici (di cui sono presidente regionale e vice presidente nazionale), fin da prima della nascita del pd si batte “per mettere l’ambiente nel cuore del partito democratico”, perché le politiche per l’ambiente e la green economy diventino un pezzo portante della sua identità, l’intervento di Errani corrisponde appieno alla speranza che la campagna elettorale per le regionali sia improntata a parlare di ciò che oggi conta davvero. E che si agisca poi di conseguenza.

Silvia Zamboni

Come è normale per negoziati così complessi e delicati, le ultime ore della
Conferenza sul clima sono quelle in cui tutto si decide e molto può cambiare
da un’ora all’altra. A Copenhagen si è passati dal pessimismo della notte di
mercoledì, quando sembrava che la Cina avesse seppellito ogni possibilità
d’accordo, alla speranza di ieri pomeriggio, dopo l’intervento positivo e
determinato di Hilary Clinton e la parziale marcia indietro degli stessi
cinesi che hanno sparso una ventata di ottimismo sui delegati superstiti
nelle sale semi-deserte del Bella Center. Fuori dalla porta sono stati
lasciati tutti quelli delle Ong, migliaia di persone, soprattutto giovani,
venuti a Copenhagen a proprie spese: una pagina vergognosa nella storia
delle Nazioni Unite, mai vista prima.
Tra il fallimento e il successo pieno della Conferenza vi è un’ampia scala
di grigi che si potranno valutare solo alla fine. E se è certo che molto si
gioca sui soldi che i ricchi sono disposti a mettere sul piatto per aiutare
i Paesi poveri a svilupparsi usando tecnologie e modelli produttivi a basso
impatto sul clima – ad esempio i 100 miliardi di dollari di cui ha parlato
la Clinton –, la “tirchieria” del governo italiano condanna il nostro Paese
alla marginalità. Del resto che credibilità può avere a Copenhagen
l’Italia, che mentre qui l’Europa è sul punto di impegnarsi a tagliare del
30% le proprie emissioni climalteranti, continua a muoversi, per dirla con
De André, “in direzione ostinata e contraria”? Ieri il Consiglio dei
Ministri ha approvato un ulteriore stanziamento di 330 milioni di euro per
un’opera inutile, costosa e anti-ecologica come il Ponte sullo Stretto: 330
milioni, più di quanto abbiamo messo a disposizione per l’ecosviluppo dei
Paesi poveri! E se non bastasse, il Ministero sta per approvare, come
denunciato da Legambiente – la realizzazione di un’ennesima megacentrale a
carbone a Saline Joniche in Calabra. Altro carbone dopo quello delle
centrali di Civitavecchia e di Porto Tolle: altro carbone, tra tutte le
fonti fossili la più dannosa per il clima. Proprio le centrali a carbone,
del resto, sono il settore dove si concentrano i maggiori sforamenti
italiani rispetto agli obiettivi del Protocollo di Kyoto. Al contrario di
ciò che dice Confindustria, le nostre imprese manifatturiere non hanno nulla
da temere da Kyoto e dal trattato post-Kyoto perché grazie agli investimenti
in efficienza energetica già stanno riducendo le loro emissioni. Il ritardo
italiano dipende quasi tutto dall’aumento dell’uso del carbone per produrre
elettricità.
Insomma l’Italia va a carbone, resta ferma all’età giurassica dell’energia.
E intanto il mondo si allontana.

ROBERTO DELLA SETA
FRANCESCO FERRANTE

A guardarla da  Copenhagen appare davvero evidente la marginalità, la sostanziale irrilevanza dell’Italia rispetto alle trattative a livello internazionale e in particolare all’andamento e all’esito della Conferenza sul Clima: a decidere sono Stati Uniti, Giappone, Cina, India, Brasile, il gruppo dei Paesi poveri raccolti nel G77, e naturalmente l’Unione europea, dove però il nostro Paese non sembra in grado di svolgere un ruolo da protagonista. Questa nostra ‘minorità geopolitica’,  non dovrebbe affatto essere data per scontata, visto che siamo la sesta potenza economica del pianeta, ma al tempo stesso è spiegabilissima: siamo agli ultimi posti in Europa sia nello sforzo per collegare piani anti-crisi e incentivi all’efficienza energetica, alle fonti pulite, alla green economy, sia negli aiuti allo sviluppo dei Paesi del sud del mondo, decisivi per combattere la povertà ma anche per fermare i cambiamenti climatici. Secondo uno studio del gruppo Hsbc  il governo italiano nel 2008 ha destinato all’economia verde solo l’1,3% delle risorse impegnate per contrastare la recessione, contro il 16,7% della media europea e il 10% degli Stati Uniti. Al tempo stesso, quest’anno il nostro Paese ha toccato il fondo quanto a risorse per la cooperazione allo sviluppo: meno dello 0,1% del Pil. L’Europa ha deciso inoltre di stanziare risorse ingenti per favorire l’innovazione energetica nei Paesi in via di sviluppo: impegno a cui l’Italia contribuirà con 600 milioni di euro in tre anni – sempre che all’annuncio di Berlusconi segua un provvedimento concreto -, molto meno di quanto è stato dato al sindaco di Roma Alemanno in un solo anno per ripianare i suoi buchi di bilancio. Quello che sembra mancare del tutto al nostro Paese è la consapevolezza che investire in ecosviluppo sia in casa che nel mondo, non è soltanto un imperativo morale: è anche una grande occasione economica per creare lavoro e dare nuovi sbocchi di mercato alle nostre imprese. La questione degli aiuti economici ai paesi poveri è peraltro uno dei punti più controversi in queste ore decisive della trattativa: i delegati dei G77 chiaramente dicono che se abbiamo trovato migliaia di miliardi dio dollari per salvare il nostro benessere dalla minaccia rappresentata dalla crisi finanziaria, non si capisce perché non dovremmo trovare qualche miliardo di euro per affrontare i cambiamenti climatici che mettono a rischio la loro (e la nostra) stessa sopravvivenza.

ROBERTO DELLA SETA

FRANCESCO FERRANTE

Nel totale caos logistico della Conferenza sul clima piu’ partecipata e peggio organizzata di sempre (anche oggi migliaia di persone regolarmente pre-accreditate hanno aspettato per ore all’aperto senza riuscire ad accedere nella sala dove vengono distribuiti i passi), il negoziato continua in un’alternanza di speranza e pessimismo e nell’attesa dell’arrivo dei leader, a cominciare da Obama la cui presenza e’ annunciata per venerdi’.

Questi i principali paletti entro cui si muove la trattativa.

Il primo punto di discussione è quale sia il limite massimo di aumento della temperatura media mondiale (rispetto ai livelli pre-industriali) da inserire nel documento finale. Oggi siamo a +0,8 C°, è probabile che si troverà l’accordo sui 2 gradi ma i Paesi più esposti alle conseguenze del global warming, come le Maldive e gli arcipelaghi del Pacifico che per l’innalzamento dei mari vedono minacciata la loro stessa sopravvivenza, spingono per abbassare il limite a 1,5 gradi.

Naturalmente, il problema vero è stabilire le azioni e i controlli utili a raggiungere questo obiettivo. Il Protocollo di Kyoto è tutt’altro che fallito, visto che i 37 Paesi aderenti hanno ridotto le loro emissioni climalteranti del 16% rispetto al 1990. Ora si tratta di proseguire in questo cammino di riduzione e di coinvolgervi in particolare i grandi Paesi emergenti (Cina, India, Brasile). L’Europa si è già impegnata a ridurre le emissioni del 20% entro il 2020, e sarebbe disponibile ad arrivare al 30% se a Copenaghen si chiude un accordo globale. Tutto questo è molto ma non basta: se gli Stati Uniti e la Cina, i due veri king-maker del negoziato, non adotteranno obiettivi ugualmente ambiziosi, e se i Paesi industrializzati non trasferiranno ingenti risorse e tecnologie energetiche innovative ai Paesi in via di sviluppo, la possibilita’ di invertire la tendenza al cambiamento climatico prima che siano raggiunti i 2 gradi di riscaldamento, sopra i quali le conseguenze sociali, economiche ambientali dei cambiamenti climatici sarebbero devastanti, resterà una bella intenzione. Intanto i Paesi piu’ poveri riuniti nel G77 chiedono con sempre maggiore insistenza che le economie sviluppate e quelle emergenti prendano impegni vincolanti e quantitativi di riduzione delle emissioni.

Infine una nota di colore. Mentre Obama, Sarkozy, Brown e Merkel s’incontrano in video conferenza per concordare i prossimi passi per giungere a un accordo, il capo della delegazione italiana Stefania Prestigiacomo lascia il vertice e dedica la sua giornata a presentare la nuova bicicletta elettrica prodotta dalla Ducati.

ROBERTO DELLA SETA

FRANCESCO FERRANTE

Da Copenhagen e dal Bella Center subito due notizie, una buona ed una cattiva: il fatto positivo è che in fila per ritirare il pass della Conferenza ci sono tutti, una fila “democratica”, con giornalisti, scienziati, membri di organizzazioni non governative, personale tecnico, parlamentari, una folla variegata proveniente da tutto il mondo, convinta e felice di esserci. La notizia cattiva è che la fila dura almeno 5 ore, con la temperatura stabile sullo 0 e con un pungente vento da nord, e che alla fine non riescono nemmeno ad entrare tutti. Il sistema di registrazione degli accrediti dei danesi è semplicemente andato in tilt, perché l’affluenza è stata ben oltre le aspettative e decisamente maggiore rispetto ai vertici internazionali degli ultimi anni. Insomma, in vista di un accordo che sia nell’ottica del ‘people first’, a Copenhagen da oggi è rappresentato tutto, ma proprio tutto il mondo, accomunato nella consapevolezza della portata storica di questa conferenza: dal ministro dell’Ambiente algerino Djemouai Kamel, che ha spiegato come non ci sia motivo perché i leader degli stati africani rimangano al vertice se il protocollo di Kyoto viene accantonato, al presidente delle Maldive Mohammed Nasheed,  che grazie al  primo Consiglio dei ministri subacqueo della storia ha acceso i riflettori sul destino del suo Paese se non si vincerà la sfida contro il climate change. Copenhagen segna inoltre un passaggio storico importante per un movimento, quello che per grandi linee è  stato battezzato a suo tempo no-global, che entra forse in una fase post-ideologica. Ne è passato di tempo da Seattle, in cui  l’imperativo no-global era bloccare a tutti i costi quella riunione. A Copenhagen pare invece che il confronto su un problema vero che in qualche modo bisogna risolvere, possa segnare in un certo senso il passaggio all’età adulta del movimento anti-globalizzazione. Le migliaia di giovani che già sabato hanno partecipato alla manifestazione, ignorando i black block come un corpo estraneo, e che partecipano con passione e attenzione ai dibattiti organizzati dalle Ong al Klimaforum, rappresentano la novità forse più forte di questa prima settimana a Copenaghen. Quel che è certo è che l’Italia e il suo overno da qui appaiono ancor più marginali e provinciali, e le parole improntate al più cieco negazionismo climatico che in questi ultimi tempi sono state pronunciate a più riprese dagli esponenti del centrodestra italiano sembrano provenire da un tempo veramente lontano. Insomma, mentre a Copenhagen si discute e si tratta per un accordo storico, in Italia purtroppo il tempo si è fermato.

ROBERTO DELLA SETA

FRANCESCO FERRANTE

 

Mentre in tutta Europa e nel mondo si discute di mutamenti climatici, di rispondere alla crisi con la green economy, di come affrontare positivamente il vertice Onu di Copenaghen, in Italia si parla troppo di nucleare. Il dibattito sull’utilizzo di questa fonte per la produzione di energia elettrica ha assunto nel nostro paese un peso decisamente abnorme. Spingono in questa direzione i legittimi interessi delle aziende interessate e la voglia del Governo di individuare un’icona propagandistica che possa nascondere l’inazione in settori più rilevanti del punto di vista delle politiche energetiche e della competitività strategica del nostro sistema produttivo. Ma è anche presente, in larga parte della classe dirigente del paese, nella politica, nell’economia, nell’informazione un pregiudizio favorevole, venato di  entusiasmi ideologici. E’ così accaduto che il rilancio del nucleare abbia dominato la comunicazione e occupato a più riprese ampi spazi sui media a tutti i livelli, finendo per occultare un confronto necessario sulle scelte energetiche di fondo e sulle strategie da mettere in campo per dare forza al nostro sistema produttivo. Strategie che hanno molto a che vedere in tutti i campi con le politiche energetiche e ambientali.

Non è  così nel resto del mondo. Se è infatti vero che molti paesi hanno importanti quote di energia elettrica prodotta per via nucleare, non è vero che siano di fronte ad un rilancio significativo di questa fonte. Questo non perché sia stata fermata come in Italia, Austria, Svezia da referendum, né solo per motivazioni legate alla sicurezza degli impianti e del ciclo nucleare, che tralascio, ma per i costi. La struttura dei costi del KWh nucleare è infatti particolare rispetto a quello di altre fonti. Incide molto la costruzioni degli impianti, relativamente poco la gestione e il costo del combustibile, tantissimo lo smantellamento e la chiusura del ciclo, con la messa in sicurezza delle scorie (il solo impianto non definitivo per le scorie ad alta attività in costruzione in Francia  a Bure costa circa 15 miliardi di euro).

Se, in un’economia di mercato, si tiene conto di tutti questi costi il nucleare non è competitivo. Diviene semmai conveniente ottenere il massimo dalle centrali già in funzione, magari allungandone la vita oltre gli impegni presi: pensiamo ad esempio a quanto è probabile accada in Germania, Spagna, Svezia. Diversa è la valutazione se una parte dei costi del ciclo nucleare sono a carico, in maniera palese od occulta, della fiscalità generale e quindi  dei cittadini e delle imprese.

E’ questo  il motivo per cui attualmente in tutto l’Occidente sono in costruzione  due soli impianti nucleari uno in Francia a Flamanville e uno in Finlandia a Oikiluoto, entrambi con tecnologia francese di AREVA, la stessa  privilegiata dall’Enel e dal Governo italiano. L’impianto di Oikiluoto doveva essere consegnato entro il 2009, si parla ora del 2012 e i costi di costruzione sono già aumentati del 70%, un vero e proprio disastro industriale. E questo prima dell’ultima pesante ed irrituale messa in mora sui sistemi di sicurezza avanzata con un comunicato congiunto da tre agenzie per la sicurezza nucleare il 22 ottobre: la francese ASN, la britannica HSE’s NSD e la finlandese STUK. Cosa che produrrà perlomeno un ulteriore allungamento dei tempi e un ulteriore innalzamento dei costi. Per tutti questi motivi negli Stati Uniti, dove la produzione di energia elettrica è da sempre totalmente privatizzata, è dagli anni ’70 che non si avvia la costruzioni di nuovi impianti nucleari. E non sono bastati i fondi stanziati da Bush per muovere la situazione.

Diversa è  la situazione in altre aree del mondo, ma in molti casi siamo di fronte a scelte supportate dai governi talvolta legate ad esigenze di tipo militare. Come dimostra in via estrema la vicenda iraniana .

Non ha dunque fondamento la proposta del Governo Berlusconi di rilanciare il nucleare in Italia , con la tecnologia attualmente a disposizione, quella di terza generazione avanzata, basata sull’assunto che il costo dell’energia in Italia possa essere abbassato con il ritorno al nucleare modificando il “mix energetico” oggi troppo sbilanciato sui combustibili fossili, metano innanzitutto. Da cui la proposta di Scajola di modificare tale mix, sino a raggiungere il 50% di energia elettrica prodotta da fonti fossili, 25% da rinnovabili e 25% da nucleare. E siccome è indubbio che oggi le nostre industrie e le famiglie italiane paghino l’elettricità ben di più di quanto si faccia nei Paesi con cui dobbiamo confrontarci nel mercato globale, è bene verificare innanzitutto dal punto di vista economico se la proposta del Governo sia quella giusta per affrontare il problema. Né appare credibile tagliare corto nelle decisioni con scelte, peraltro di dubbia costituzionalità, che, cosa unica in Occidente, avocano la decisione finale sulle localizzazioni al Governo anche contro la volontà di regioni ed enti territoriali.

Primo punto da verificare è se è vero che sia la modifica del “mix energetico” la priorità per abbassare il prezzo dell’energia elettrica. Già su questo è lecito nutrire parecchi dubbi: il differenziale con gli altri Paesi è infatti pesante sul prezzo finale dell’energia elettrica, non tanto sul costo di produzione. Secondo gli ultimi dati disponibili, in media alla borsa elettrica il megawattora prodotto in Italia si paga 62 euro, un costo non distante dai costi “europei” (58 euro), come è facilmente comprensibile se si tiene conto che il nostro parco centrali è basato soprattutto su nuove centrali a ciclo combinato molto efficienti e quindi con costi di produzione inferiori. Lo scarto avviene dopo, perché sulla bolletta elettrica gravano oneri dovuti a una rete troppo vecchia e non adeguata alle nuove sfide, oneri impropri come quelli dovuti proprio allo smaltimento del vecchio nucleare italiano che da solo pesa per oltre 400 milioni che paghiamo in bolletta (la tariffa A2). Sarebbe quindi molto più utile agire su questi fronti, modernizzare la rete elettrica, superando gli “imbottigliamenti” e adeguandola anche alle nuove forme di produzione di energia, investire sulla “smart grid”, la rete elettrica intelligente, come non a caso stanno facendo gli Usa di Obama, depurare la bolletta elettrica dagli oneri impropri che gravano su di essa.

Secondo punto da approfondire è se siano credibili le percentuali che secondo Scajola dovrebbero essere assicurate dalle fonti fossili e dalle rinnovabili a regime. Se prendiamo sul serio gli impegni che abbiamo preso in Europa, quelli connessi al pacchetto clima, la percentuale da fonti rinnovabili deve necessariamente essere più alta del 25% disegnato dal Governo. Infatti l’obbligo di raggiungere entro il 2020 il 17% del consumo finale lordo di energia prodotto da energie rinnovabili significa che, per quanto riguarda l’elettricità, tale percentuale dovrà avvicinarsi al 33% (oltre 100 Twh annui quando oggi ne produciamo 58). E anche ridurre al 50% la produzione di energia elettrica da fonte fossile risulta un obiettivo molto difficilmente raggiungibile e contraddittorio con le recenti autorizzazioni di riconversione a carbone che il Governo ha concesso per le centrali di Civitavecchia (già realizzata), Porto Tolle, Vado Ligure e Fiumesanto da una parte, e con la sacrosanta pressione per realizzare nuove infrastrutture (gasdotti e rigassificatori) al fine di aumentare le possibilità di importazione di metano nel nostro Paese dall’altra. Il tutto in una fase di calo dei consumi, dovuto alla crisi, che auspicabilmente finirà presto ma che intanto ha prodotto riduzioni importanti. Senza pensare agli obblighi europei che ci impongono di risparmiare il 20% di energia da qui al 2020. Insomma non sembra proprio che in un’economia libera e di mercato ci sia spazio sufficiente per il nucleare.

Tale conclusione è confermata quando si affronta il terzo e ultimo capitolo: i costi intrinseci del nucleare. Qua le cifre ballano parecchio, ma sia se prendiamo in considerazione studi davvero “terzi”, sia se andiamo a vedere i costi reali delle poche centrali in costruzione, la risposta sembra univoca: non conviene.

Il rapporto del Massachusetts Institute of Technology di Boston (Mit) del giugno 2009 che aggiorna il dossier sul nucleare che l’istituto aveva realizzato nel 2003, ad esempio, sottolinea che, nonostante l’attenzione sul tema sia cresciuta e nuove politiche di rilancio siano state annunciate in molti paesi, lo sviluppo del nucleare è in calo a livello globale. Ad eccezione dell’Asia, e in particolare di Cina, India e Corea, esistono infatti pochi progetti concreti. Negli Stati Uniti non vi è attualmente alcun cantiere aperto ed il lento sviluppo del nucleare, rispetto agli annunci e alle previsioni, rende meno probabile lo scenario di espansione ipotizzato nel 2003 dallo stesso Mit. Ma l’aspetto forse più significato del rapporto del Mit è la netta affermazione per cui in un’economia di mercato il nucleare non è competitivo rispetto al gas o al carbone. I costi del capitale e i costi finanziari delle centrali nucleari continuano ad essere infatti significativamente incerti. Dal 2003 i costi di costruzione delle centrali nucleari sono aumentati drasticamente, con una media del 15 per cento all’anno in più come dimostrano le esperienze in Giappone e Corea.  Nel 2007, secondo i nuovi dati del Mit, realizzare una centrale nucleare costava 4000 dollari per kW contro i 2000 di quattro anni prima. Un aumento molto più consistente di quanto accaduto nel carbone e nel gas attualmente stimate a 2300 dollari e 850 dollari a kW contro i 1300 e 500 del 2003. Una crescita che si ripercuote inevitabilmente anche sui costi finali dell’energia: dai 6,7 centesimi a kilowattora stimati nel 2003 il nucleare era passato ad un costo di 8,4 cent a kilowattora contro i 6,2 del carbone ed i 6,5 del gas. E’ quindi il prestigioso Mit che si incarica di seppellire l’idea che ricorrere al nucleare sarebbe “conveniente”. Ma non sono solo le stime a negare la convenienza: a luglio Areva, l’azienda francese costruttrice di centrali nucleari cui il nostro Governo vorrebbe affidare il compito anche in Italia, ha chiesto al Canada 4500 euro per kW – ben di più quindi anche delle stime del Mit – per realizzare un impianto in quel Paese, causando ovviamente l’immediato stop del progetto.

Diversa è  la valutazione per la ricerca sui reattori di IV generazione, che dovrebbero affrontare alla radice il problema della sicurezza, della produzione di scorie, del legame col ciclo militare, abbattendo quindi notevolmente i costi. Un  campo interessante in cui molti paesi stanno investendo e nel quale l’Italia può giocare un ruolo, sfruttando il fatto che già l’Enea è impegnata in importanti progetti internazionali su questo tema e che abbiamo eccellenti centri di ricerca in alcune università italiane, come ad esempio Pisa. Mentre è ovviamente necessario ricostruire un sistema di sicurezza nucleare, oggi obiettivamente disastrato, in grado di far fronte anche all’eredità del passato e che le nostre imprese partecipino alla realizzazione di impianti con le tecnologie più avanzate.

D’altra parte si potrebbe rispondere a queste nostre obiezioni dicendo di lasciar fare ai privati e che, se aziende elettriche vogliono investire sul nucleare nel nostro Paese, evidentemente la convenienza economica loro la sanno vedere meglio di altri e quindi di lasciare fare al mercato. Il punto è che però troppo spesso abbiamo assistito a progetti che partivano con tali dichiarazioni d’intenti e che poi finivano per pesare sulle tasche dei cittadini. Sembra proprio andare in questa direzione la richiesta – venuta da Enel – per cui a causa di questi costi imprevedibili e comunque esorbitanti del nucleare sarebbe necessario stabilire una tariffa “minima” per la vendita dell’elettricità in modo rassicurare le banche coinvolte nello straordinario project financing che si dovrebbe mettere in piedi (visto che per la realizzazione delle 8 centrali necessarie a soddisfare il 25 % servirebbero non meno di 30 miliardi, o 40 se si prendono per buoni i costi della centrale finlandese), una richiesta contro il mercato e contraria agli interessi di consumatori e aziende.

Resta da affrontare l’ultimo tema che apparentemente potrebbe giocare a favore della scelta nucleare: la lotta ai cambiamenti climatici e la riduzione delle emissioni di gas serra che si otterrebbe ricorrendo al nucleare. Intanto va detto che il nucleare potrebbe portare un contributo esclusivamente nella produzione di energia elettrica, produzione che pesa solo per circa un terzo dei consumi di energia primaria e delle relative emissioni. Non a caso a livello internazionale (da Kyoto in poi), mai la tecnologia nucleare viene considerata fra quelle cui è necessario rivolgersi per ridurre le emissioni dei gas di serra. Su quel fronte è di gran lunga preferibile, anche per l’Italia, seguire la ricetta degli altri Paesi ed impegnarsi sulle energie rinnovabili e sul risparmio energetico. Ad esempio andrebbe perseguita con più decisione la strada tracciata dall’introduzione del credito di imposta del 55% per la riqualificazione energetica nell’edilizia e che ora andrebbe esteso, come chiedono anche le Regioni, agli adeguamenti antisismici, una strada che ha già permesso il risparmio nei primi due anni di applicazione di 2500 kWh di energia elettrica ed è stato un sostegno concreto a un settore in difficoltà, spingendo nella strada dell’innovazione e della qualità. Oppure basti pensare agli obiettivi di risparmio già raggiunti dalle nostre filiere di riciclaggio e recupero materiali: circa 15 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio all’anno, che possono ragionevolmente arrivare a 20 in pochi anni. L’equivalente di 10 centrali nucleari da 1000 Megawatt, sicuramente non attive prima di un decennio.

Finalmente, anche nel campo delle energie rinnovabili il sistema italiano si è  finalmente rimesso in moto. Rimane il rimpianto per il tempo e le risorse sprecate. Basti pensare all’enorme quantità di denaro sottratto, attraverso le bollette, ai cittadini italiani per i vecchi provvedimenti del cosiddetto CIP6, per sovvenzionare fonti ridicolmente “assimilate” alle rinnovabili, che erano in buona parte residui  della raffinazione del petrolio o, in misura minore, termovalorizzazioni: decine di miliardi di euro. Ancora il gap nei confronti degli altri paesi europei  è ampio ed è dovuto a questi ritardi, ma grazie anche alla riforma del sistema di incentivazione realizzata con la finanziaria  del 2008 – la seconda del Governo Prodi – lo scorso anno abbiamo aumentato del 21% la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, abbiamo raggiunto un record nella produzione da eolico e finalmente abbiamo iniziato a istallare quantità significative di solare fotovoltaico (ormai abbiamo superato i 600 Mw). Insomma iniziamo finalmente ad essere in linea con ciò che avviene in Europa e nel mondo in questo campo: nel 2008 in Europa sono stati istallati impianti eolici per 8000 Mw, contro i 7000 Mw di centrali a gas, e anche il fotovoltaico ha raggiunto uno spettacolare risultato di 4000 Mw; nel mondo nel 2008, secondo una ricerca dell’Unep, per la prima volta gli investimenti in fonti rinnovabili (140 miliardi di dollari) hanno superato quelli nel tradizionale fossile (110 miliardi di dollari).

Questo dinamismo sulle istallazioni, anche in Italia si sta trasferendo finalmente sulla ricerca e sull’innovazione nelle quali alcune nostre imprese stanno già svolgendo ruoli importanti. Sono sempre più numerosi gli esempi di esperienze innovative e di successo in questo campo: la Angelantoni sul solare termodinamico, il cui dinamismo ha attratto gli investimenti anche di una multinazionale quale la Siemens (la tecnologia ideata da Rubbia, messa punto dall’Enea è stata successivamente trasferita sul mercato proprio grazie ad Archimede Solar Energy (Ase), azienda del Gruppo Angelantoni, unico produttore al mondo di tubi ricevitori solari a sali fusi per le centrali del solare termodinamico); la siciliana Moncada, uno dei leader sull’eolico che ha realizzato una turbina tutta italiana; le aziende – spesso spin off universitari, Ferrara e Parma tra gli altri – impegnate nella ricerca di alternative all’utilizzo del silicio come componente delle celle fotovoltaiche; le imprese come la Giacomini, che nata come produttrice di singoli componenti per il riscaldamento e la distribuzione sanitaria, ha successivamente specializzato la propria produzione, puntando sul risparmio energetico e sullo sviluppo di nuovi sistemi ad alto contenuto tecnologico destinati alle energie rinnovabili; le aziende specializzate in tecnologie innovative per il risparmio nella pubblicazione illuminazione (l’Umpi Elettronica, la Sorgenia Menowatt che ha la sua base operativa nelle Marche, ma anche i produttori di led, la cui sperimentazione a Torraca ha raggiunto interessanti obiettivi); la Faam di Monterubbiano (ancora nelle Marche), leader europeo per la produzione di batterie e veicoli elettrici, le sue macchine elettriche da oltre un decennio puliscono le ramblas di Barcellona, mentre l’estate scorsa hanno debuttato alle Olimpiadi di Pechino per contribuire allo spostamento degli atleti e al monitoraggio ambientale

Insomma sulla strada della Green Economy l’Italia ha molto da dire se non viene paralizzata da ingombranti feticci. E’ anche su questo che possiamo puntare per presentarci da protagonisti e non giocare in retrovia al prossimo vertice sul clima di Copenaghen. Se anche il suo sistema di piccole e medie imprese si mette in movimento nel settore del risparmio energetico, dell’efficienza, dell’innovazione, i suoi risultati possono essere sorprendenti e, talvolta suggestivi. Pensiamo, ad esempio, all’ UMPI di Cattolica. Una piccola azienda, che ha affinato brevetti e tecnologie in grado di risparmiare energia nell’illuminazione stradale e che recentemente ha acquisito commesse in vari paesi. Tra queste una serie di realizzazioni per oltre 100.000 punti luce in Arabia Saudita, compresa La Mecca e Riad.

E’ solo una suggestione della toponomastica, per carità, ma oggi Cattolica illumina La Mecca.

Più in generale la Green Economy in Italia incrocia la missione del nostro sistema produttivo: la scommessa della qualità ancora più importante oggi per uscire bene dalla crisi in corso. Produrre, come diceva Carlo Maria Cipolla, all’ombra dei campanili cose che piacciono al mondo.

E’ una missione antica che oggi accompagna la nostra sfida sull’innovazione, la ricerca, la conoscenza. Ricorre quest’anno il Centenario del Costituto di Siena. La costituzione senese che 1309 fu affissa in tutte le chiese. Poche parole, in quel documento, che sembrano la sceneggiatura dell’affresco del buongoverno di Lorenzetti che fu dipinto dopo, descrivono bene l’Italia che vorremo e che in parte c’è.

Chi governa, dicevano i senesi, deve avere “massimamente a cuore la bellezza della città, per cagione di diletto e allegrezza ai forestieri, per onore, prosperità e accrescimento della città e dei cittadini”.

Non si parla strettamente di energia ma si evoca la fonte più importante, rinnovabile e meno inquinante che esiste: l’intelligenza umana e con essa la bellezza e il senso del futuro. Se la metteremo in campo, senza inseguire vecchi feticci, compiendo scelte coraggiose e innovative, nessun obiettivo ci sarà precluso.

Ermete Realacci

Francesco Ferrante

Lo è sul piano dei principi, perché non ci si può certo accontentare dell’emendamento che il Pd è riuscito a far passare al Senato in cui si garantisce che la proprietà resti pubblica, dato che la questione sta nel fatto che obbligando i Comuni a passare alla gestione privata si espropriano gli enti locali e i cittadini delle scelte concrete sull’acqua nel loro territorio e quindi il fatto che l’acqua sia un bene comune e non una merce, invece che una questione indiscutibile e il principio ispiratore di una normativa giusta, come dovrebbe essere, diventa una vuota dichiarazione d’intenti che non corrisponde a una realtà in cui invece l’acqua diventa una qualsiasi commodity.

Ma la decisione è grave anche perché conferma la natura “ideologica”, nel senso negativo del termine di questa maggioranza di destra, che obbedendo ai dettami del neoliberismo non si preoccupa di verificare pragmaticamente i risultati concreti della privatizzazione e della sua supposta maggiore efficienza. Se lo avessero fatto, avrebbero potuto misurare i numerosi fallimenti in Italia e all’estero delle privatizzazioni avviate, clamorosamente confermati dalla recente decisione del Comune di Parigi che ha deciso la “ripubblicizzazione” dell’acqua dall’1 gennaio 2010, avendo appunto verificato che le multinazionali private che gestivano il servizio avevano fallito nel miglioramento dello stesso.

Ed è una scelta pericolosa perché rivela del Governo la natura centralista, e molto poco rispettosa delle autonomie locali, con buona pace della Lega che furbescamente prova a cavalcare nei territori dove governa la protesta contro questa espropriazione di poteri locali, per poi accodarsi al resto della maggioranza e votare disciplinatamente questo obbrobrio. Peraltro non è la prima volta che su questioni che riguardano l’ambiente esce fuori l’anima centralista, e autoritaria, della destra: si pensi alle norme per il rilancio del nucleare che prevedono persino la militarizzazione dei territori dove dovrebbero trovare sede le centrali e il deposito delle scorie.

Cosa fare adesso, a legge approvata? Innanzitutto sono da apprezzare e da sostenere le proteste di numerose Regioni che nell’esproprio delle proprie competenze hanno individuato materia da ricorso alla Corte Costituzionale. E si devono sostenere tutti i Comuni che, magari forti di alcune esperienze virtuose, continueranno la battaglia per l’”acqua pubblica”. Ma a mio avviso la lotta sarà tanto più efficace quanto più la si depuri di alcuni equivoci che pure sono presenti nel movimento che si è espresso sui giornali a valle dell’approvazione della legge.

Innanzitutto la questione del “prezzo dell’acqua”. Io non credo che sia questo il punto per cui è importante battersi contro la privatizzazione, come si è invece letto nelle scorse settimane e come hanno accreditato tante prese di posizione di politici e associazioni consumeriste. Oggi in Italia l’acqua costa pochissimo, molto meno che in Europa. E questo di per sé non è affatto un dato positivo. Un costo troppo basso è uno dei maggiori incentivi allo spreco di una risorsa che invece è preziosa e finita. D’altronde lo stesso “Contratto mondiale dell’acqua” nella sua piattaforma che prevede la gratuità per i primi 50 litri di acqua a persona si dice favorevole a meccanismi tariffari che oltre quella soglia ne scoraggino lo spreco.

Ma elemento fondamentale di una rinnovata battaglia sull’acqua deve essere l’onesto riconoscimento dei vizi che la gestione pubblica ha comunque mostrato in questi anni. Vizi che vanno corretti e impediti se si vuole vincere sul serio questa sfida.

Ricordo, quale esempio, solo una vicenda davvero emblematica: quella della diga dell’Ancipa in Sicilia. Intorno a quello scandalo, denunciato per prima da Legambiente, protagonista poi negli anni dei processi giudiziari che hanno dato ragione a quella lotta contro il malaffare, agirono politici corrotti, interessi criminali e mafiosi che sulla costruzione di quell’inutile e dannosa opera lucrarono affari miliardari (si parlava ancora in lire). Quella vergogna avvenne all’ombra della gestione pubblica dell’acqua che quindi, come è d’altronde ovvio, non garantisce di per sé una maggiore “giustizia”, se non è accompagnata da un forte processo di controllo da parte dei cittadini.

E non sono d’altronde colpa della futura eventuale privatizzazione i problemi più gravi della gestione dell’acqua in questo Paese. Non è colpa delle multinazionali se abbiamo il poco invidiabile record europeo di perdite nelle reti acquedottistiche: oltre un terzo dell’acqua si perde grazie a tubi colabrodo. Certo la privatizzazione non offre alcuna garanzia che i nuovi gestori investano nella rete e anzi il pericolo concretissimo è che si privatizzino i profitti e si lasci al pubblico l’onere di manutenzione e rinnovamento della rete, che già oggi è insufficiente e diverrebbe del tutto impossibile in assenza di risorse. Ma è altrettanto certo che se non si affronta una buona volta questo problema troppo a lungo rimandato anche dai gestori pubblici, spesso luogo di nomine di politici locali privi di ogni competenza, non faremmo nessun passo avanti in una gestione più efficace e giusta della risorsa.

Più in generale il problema della gestione della risorsa idrica è squisitamente ambientale: si dovrebbe finalmente passare dalla “gestione della domanda” alla “pianificazione dell’offerta”, cioè superare l’attuale approccio per cui si sommano le richieste idriche (industriali, agricole, civili) e poi si cerca disperatamente di soddisfarle. Si dovrebbe partire dalla disponibilità idrica, bacino per bacino, pianificare conseguentemente le attività. Di nuovo, rispetto a questo orientamento la privatizzazione non può offrire alcuna garanzia, anzi certamente aggraverà il problema, ma le gestioni pubbliche sino adesso sono state largamente insufficienti su questo fronte.

Lavoriamo su innovazioni, anche tecnologiche, in agricoltura che richiedano minor uso di acqua  ma soprattutto affrontiamo in maniera radicale “cosa” e “dove” coltivare considerando il criterio del consumo dell’acqua tra le priorità nell’indirizzare la scelta, incentiviamo il risparmio nell’industria e nel domestico, con le adeguate campagne di informazione ma anche appunto utilizzando la leva tariffaria..

Insomma la mia proposta è  quella di mettere tutti i bastoni fra le ruote possibili a questa riforma “privatizzatrice” affrontando al contempo anche i “vizi pubblici” per arrivare all’obbiettivo per cui insieme alla difesa di un sacrosanto diritto, quello di disporre dell’acqua senza essere asserviti alle esigenze di profitto di una qualche multinazionale, si possa sul serio gestire una risorsa così importante in maniera efficiente e giusta.

FRANCESCO FERRANTE

Senatore – Partito Democratico

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