Feeds:
Articoli
Commenti

martedì 13 luglio 2010

Giovedì prossimo, alla Camera di Commercio di Ravenna alle ore 9,30, avrà luogo un incontro nazionale sulle novità relative alla certificazione ambientale Emas: lo strumento riconosciuto a livello comunitario che riguarda l’adesione volontaria ad un sistema di gestione ambientale della propria attività; l’iniziativa è organizzata dalle Camere di Commercio di Ravenna e di Forlì-Cesena, attraverso le rispettive Aziende Speciali: SIDI Eurosportello e CISE- Centro per lo Sviluppo Economico, in qualità di Scuola Emas ed Ecolabel e in collaborazione con Confindustria Ravenna.

Continua a leggere »

Il lavoro è importante.
Non è solo questione di sussistenza.
Il lavoro è autonomia, è libertà.
Chi lavora ne conosce il valore.
Per questo si piega, talvolta, a condizioni inumane.
C’è stato un tempo in cui si faticava 15 ore al giorno. Per paghe da fame.
In altri mondi accade ancora.
Il lavoro qualche volta abbruttisce, aliena, divora.
Di lavoro si muore ancora.
“La morte di un uomo è una tragedia, sosteneva Stalin, ma quella di milioni di persone è una statistica”.
Gli esseri umani non sono solo numeri, ruote di un ingranaggio, politico o economico.
Dov’è che è cominciato, com’è che una tragedia si è trasformata in statistica? Infortuni, disoccupazione, miseria, morte.
Quand’è che la clessidra si è capovolta di nuovo?
Che le regole sono diventate lacci? Da sciogliere.
Che le persone sono diventate costi? Da abbattere:
L’occidente aveva superato la contrapposizione fra lavoro e diritti, attraverso una lunga stagione di conquiste individuali e sociali.
Lotte, contrasti ma l’ago della bussola era puntato lì.
Anche per i Presidenti di Confindustria.
Di allora.
La qualità totale della produzione presupponeva adesione, identificazione, soddisfazione.
Non sono più necessarie?
Libertà d’impresa e libertà delle persone non sono più coessenziali?
O non sono più essenziali i lavoratori?
O solo i lavoratori che vogliono un lavoro migliore, desiderabile, equamente retribuito?
Marchionne è un buon manager ma ha detto una sciocchezza identificando il dissenso con l’assenteismo: in chi possiede forte il senso della propria dignità, la coscienza dei diritti coincide, in genere, con quella dei doveri.
Cosa succede, dove stiamo andando?
Qual’è il punto di tenuta, dell’assieme e delle sue parti?
Cosa consumeremo dopo aver consumato tutto, petrolio, terra, acqua, giustizia, dignità, vita?
Quale criterio di razionalità si è smarrito?
Quale scintilla di umanità si è spenta?
Non siamo tutti più cattivi, naturalmente.
Siamo più indifferenti, questo sì, la soglia di attenzione e di reazione si è abbassata.
Abbiamo imparato, oh si fa presto, a non curarci della sofferenza di un immigrato, delle ansie di un precario, del turbamento di un disoccupato, delle difficoltà di tante famiglie.
Ci siamo creati meccanismi di estraniazione che ci aiutano a rimuovere la coscienza del rapporto che c’è tra il nostro benessere e il malessere di altri esseri umani.
C’è molto volontariato, certo.
E’ una risorsa straordinaria.
Ma è una generosità risarcitoria.
Da un lato, prima, una libertà senza limiti, nella sfera individuale ed economica, homo hominis lupus, insensibile alle persone e alla terra.
Dall’altro, dopo, separata, una solidarietà riparatoria, espressione della sfera morale o religiosa.
Il problema non è chi ricuce le ferite sociali, se lo Stato o il privato.
La questione è provare a ricomporre quel che si è scomposto, a tenere assieme, dall’inizio, libertà e giustizia per evitare di produrre ferite dolorose.
Il welfare è cresciuto così: per un senso di giustizia e per un’esigenza di coesione sociale.
Forse si può coltivare di nuovo l’idea di una libertà responsabile, che includa nel suo esercizio il limite, la solidarietà.
Anche nella sfera della produzione, in una ritrovata tensione etica.
Come espressione di un unitario e razionale progetto sociale.
Cosa c’è di sociale in un’economia di mercato che falcidia i salari e dilata le distanze?
Di cosa parlaTremonti, saltellando senza pudore tra citazioni di Einaudi e dazi doganali, cosa vuol dire quando teorizza il superamento del conflitto fra capitale e lavoro?
Il welfare, i salari, il lavoro, la redistribuzione della ricchezza prodotta, la progressività delle imposte, la tutela dei beni comuni, un’opportunità per tutti.
La ricerca della felicità.
E’ così che gira la ruota.
Nell’occidente democratico e cristiano.
La legittimazione di un sistema dipende dalla capacità di diffondere il benessere fra i cittadini, di far sì che il lavoro sia un buon lavoro, che la vita sia una buona vita.
Che un lavoratore non debba scegliere tra lavoro e diritti.
Che un’impresa non debba scegliere tra la loro negazione e la chiusura.
Anche questa è un’alternativa ingiusta.
Sono nodi che un imprenditore fatica a sciogliere da solo.
Anche un buon imprenditore, ce ne sono tanti, ne abbiamo bisogno, sono un grande patrimonio della comunità.
Sarebbe necessaria una nuova cultura delle classi dirigenti.
La forbice allargata ricchi-poveri non è accidentale, non è vista più come un fenomeno da riassorbire, ma come una condizione funzionale allo sviluppo, tanto più quando è costruito su produzioni a basso contenuto di innovazione.
Sembra prevalere l’dea che per “tenere” l’assieme sia necessario sacrificare alcune parti.
Che il bene comune, oggi, non consista più nella diffusione del benessere all’interno del Paese ma coincida con l’efficienza produttiva, a qualsiasi prezzo, perché chi può pagare le merci lo si va a cercare nei mercati del mondo.
Non muovo accuse.
Non ho una risposta.
Ce ne sono già troppe, in giro, di ricette facili.
Di risposte senza domande.
Come direbbe Heiddegger, non posso presentarmi a predicare in pubblico, non conosco alcuna strada per una modifica immediata dell’attuale stato del mondo.
Vedo bene l’ingranaggio in cui siamo.
E’ quello che sta divorando la mia agricoltura, il nostro territorio, il futuro di tanti giovani, la serenità di troppe persone.
So che è difficile sottrarvisi.
E’ lo stesso, in sembianze diverse, che ci ha portato dentro la crisi e che ora pregiudica la ripresa.
Ma questo non ci libera dalla responsabilità.
Ci stiamo nascondendo dietro una oggettività che non esiste.
Come alberi nella foresta.
Se c’è una cosa sulla quale la crisi dovrebbe ammaestrarci è che non esistono leggi assolute, che i modi di organizzarsi della produzione cambiano, interagiscono con le aspirazioni, i bisogni, il contesto ambientale.
Ci vuole una buona dose di conformismo per pensare ogni volta, fino alla prossima, che non ci sia un’alternativa, che non resti altro da fare che abbandonarsi alla corrente.
Abbiamo rinunciato a cercare strade diverse, a compiere scelte morali.
E’ come se si fosse congelato il pensiero, aggrappato al dogma del mercato autoregolato, spaventato di sé, del compito gravoso di ripensarsi, insensibile alle ragioni della crisi, alle sue conseguenze.
Ma la responsabilità, talvolta, è quella che ci fa dire no, che può essere altrimenti.
Bisogna diffidare delle teorie troppo dritte.
Nessuna alternativa di sistema, nessun ritorno indietro ma un uso intelligente della globalizzazione per risolvere le contraddizioni che l’incontrastato incedere del capitalismo ha generato.
Serve un ruolo ordinatore della politica.
Per sbrecciare questo muro fortificato.
Se non un altro mondo, subito, un altro modo è possibile, adesso.
Se ancora non si sono, le alternative, bisognerà cominciare a cercarle.
Forse le lucciole non sono scomparse e basta volerle vedere.
Guido Tampieri

2 luglio 2010, in Articoli
“Ho avuto la fortuna di conoscere Enzo Tiezzi, a Siena, nei primi anni ottanta. Non era ancora stato pubblicato il suo libro forse più celebre, quel “Tempi storici tempi biologici” che, pubblicato nel 1984, avrebbe profondamente influenzato l’ambientalismo italiano. Enzo faceva parte, in quegli anni, del ristretto gruppo di scienziati che, tra Stoccolma, Barcellona e gli Stati Uniti, stava mettendo a punto il concetto di “ sviluppo sostenibile”.

Continua a leggere »

(ANSA) – ROMA, 04 GIU – L’articolo 45 della manovra ”che prevede l’abrogazione della norma che garantisce l’estensione dei certificati verdi per tutti i nuovi impianti di produzione di energie rinnovabili” sara’ ”un killer del mercato dell’energia pulita”. Lo dice il presidente di Wwf Italia, Stefano Leoni, secondo il quale ”quest’articolo creera’ solo danni alla nostra economia, aumentera’ il debito pubblico e certo non aiutera’ a diminuire le emissioni di gas serra rispetto alle quali il nostro paese non ha ottemperato alle riduzioni fissate dagli accordi internazionali”. ”Il beneficio del certificato verde a sostegno delle fonti di energia rinnovabili – spiega – non e’ a carico della finanza pubblica, ma esclusivamente del consumatore. Quindi, la sua riduzione non comporta alcun risparmio a vantaggio delle casse dello Stato”. Ma ”al contrario, l’effetto di questa manovra e’ il rallentamento della crescita economica poiche’ verranno realizzati un numero inferiore di nuovi impianti e questo, a sua volta, fara’ calare il gettito fiscale. Quindi, questa disposizione e’ incomprensibile e va contro le intenzioni sbandierate dal governo”. ”Anche se l’art. 45 e’ da poco tempo in vigore gli effetti si sono fatti sentire: le banche sono piu’ rigide nell’accendere mutui per la realizzazione di nuovi impianti poiche’ la nuova situazione di fatto intacca un mercato in espansione anche grazie alle incentivazioni pubbliche”. ”Circola voce – aggiunge Leoni – che questa misura sia stata voluta dall’onoreole Calderoni, in quanto la maggior parte dell’incentivo andrebbe al sud Italia, nonostante il maggior consumo di energia sia al nord. Se fosse cosi’ e’ certamente una stramba interpretazione del federalismo: si preferisce penalizzare il sud e premiare l’importazione di petrolio dai paesi arabi”. (ANSA) Y87-MRB
04/06/2010 18:58

© Copyright ANSA Tutti i diritti riservati

Chi viaggiando dal nord al sud America si imbattesse negli immensi campi di soia o mais noterebbe oltre al loro ordinato disegno geometrico una perfetta uniformità di colori rallegrandosi di tanta cura e precisione.

Eppure, successivamente, tornando con la mente a quella perfezione si accorgerebbe della mancanza di qualche cosa  e riaffiorerebbe l’immagine di più tradizionali coltivazioni nostrane “macchiate” dall’esuberante rosso dei papaveri e dal delicato azzurro dei fiordalisi. Continua a leggere »

Comunicato stampa

Proposte per il Congresso Provinciale

Il senso di una missione”

Per ampliare con un contributo di idee e di riflessioni il dibattito nei congressi di Circolo e nel Congresso del PD della provincia di Ravenna, che si avvierà dal 10 maggio, un gruppo di democratici, uomini e donne, ha prodotto un documento di riflessioni e proposte sui principali temi politici , amministrativi e sulla organizzazione interna del partito.

Il documento è stato presentato al Segretario Provinciale uscente, Alberto Pagani in un incontro avvenuto martedì 27 aprile, da una delegazione composta da Laura Balducci, Donatella Guerrini, Mara Roncuzzi, e Paolo Valenti.

Al fine di stimolare il confronto e la partecipazione ai Congressi, appuntamento cruciale nella vita di un partito democratico e plurale, il documento è pubblicato sul sito del Pd di Ravenna, aperto al contributo e al confronto di tutti gli iscritti e i cittadini.

Il documento integrale è riportato qui sotto:

Il risultato delle Regionali ci ha detto che per corrispondere alle aspettative che la nascita del Pd aveva suscitato, per far crescere una cultura, curiosa, ospitale, aperta alle domande della società, per dare risposte ispirate a valori di libertà, giustizia e solidarietà la strada da fare è ancora molta.

Un voto che va guardato in faccia con realismo e che indica la urgente necessità di dotare il PD di un programma e di un’organizzazione con profonde radici nella società.

Scelte da compiere con coraggio e determinazione, aprendo una stagione di profondo rinnovamento e facendo avanzare una nuova leva di dirigenti che dia garanzie di qualità.

Ci siamo ritrovati per preparare un documento da proporre ad Alberto Pagani, candidato alla Segreteria del PD della nostra provincia.

Confermiamo la nostra stima nei suoi confronti e gli chiediamo di imboccare con determinazione la strada dell’apertura verso tutte le espressioni progressiste della società e del rinnovamento.

Abbiamo quindi deciso di dare massima visibilità al documento e chiediamo a tutti gli iscritti del Pd di leggerlo e, se lo ritengono condivisibile, sottoscriverlo.

Nello spirito del PD, al servizio del Paese, senza altre appartenenze e interessi se non il buon funzionamento e l’affermazione del nostro partito.

Il senso di una missione.

Non si può parlare dei partiti senza affrontare il tema della democrazia e non si può parlare della salute della democrazia se non la mettiamo in rapporto con le domande e le espressioni della società civile.

C’è un rapporto tra la crisi della democrazia parlamentare che stiamo attraversando e la crisi dei partiti.

La contrapposizione tra società civile e partiti è, in democrazia, innaturale.

Ci può essere politica senza democrazia, ma non ci può essere democrazia senza politica.

Il Pd è nato con l’obbiettivo di alzare la qualità della democrazia in Italia, per migliorare le condizioni di vita dei cittadini e affrontare le sfide del nuovo secolo nel mondo multipolare e interdipendente.

Il suo primo compito, attingendo al meglio delle tradizioni riformiste, è innovare la cultura politica così da corrispondere alle domande e ai bisogni della nuova Italia.

Per poterlo fare deve stabilire un rapporto di osmosi con la società civile così che i partiti siano restituiti alla loro funzione costituzionale e le istituzioni possano funzionare ed essere rappresentative.

La società è la sorgente della democrazia, il luogo delle energie sociali che esprimono attese, formulano progetti, chiedono di essere riconosciute e di trasformarsi in politica.

Se la società ripiega su se stessa, non coltiva idee generali e una visione del futuro, non preme per partecipare, esserci, contare scompare la politica e, con esse, la democrazia.

L’essenza di un nuovo modo di fare politica è dunque l’attivazione di nuovi canali di comunicazione, di coinvolgimento, di corresponsabilizzazione.

La partecipazione rappresenta un fondamentale carattere identitario del Pd, il suo peculiare modo di essere e di relazionarsi.

Non può restare solo un mito fondativo.

Dobbiamo riuscire a farla vivere nei processi decisionali ad ogni livello.

Un Pd in grado di attivare originali forme di partecipazione rende un servizio a se stesso e alla democrazia in Italia.

La politica è organizzazione di persone e di idee: rendiamola attraente e rappresentativa e la qualità delle nostre proposte migliorerà.

Questa idea di partito aperto e permeabile, ad alta intensità di vita democratica, presente nella ragione fondativa del Pd, estranea alle altre formazioni politiche, fatica tuttavia ad affermarsi, come trattenuta da fili invisibili, in difficoltà a trovare un equilibrio tra diffusione della responsabilità e sintesi decisionale.

La differenza delle posizioni sulle forme organizzative, che ha assorbito tanta parte delle energie congressuali, non rende conto, da sola, di una difficoltà così forte e protratta.

Al di là della volontà di chi coltiva, tuttora, del partito una concezione chiusa, autoreferenziale e verticista, siamo evidentemente in presenza della difficoltà culturale di un intero gruppo dirigente ad elaborare le forme di una moderna responsabilizzante partecipazione e di un rinnovamento intelligente divenuto, nel frattempo, indispensabile al raggiungimento dell’obbiettivo.

Bisogna prendere coscienza del limite, andare oltre la soglia dell’esortazione e spezzare l’inerzia promuovendo un percorso di ricerca delle energie migliori che si allarghi progressivamente verso la società civile come cerchi nell’acqua.

Si rende tanto più urgente la verifica sperimentale sul territorio di modelli di vita interna partecipati e trasparenti capaci di stimolare e accogliere il contributo di passione e di competenza di chi, e sono tanti, cerca nel Pd il punto di riferimento per la rinascita civile dell’Italia.

  1. Garantire il buon funzionamento di tutti gli organi Continua a leggere »

Richiesto di spiegare le ragioni della sua adesione alla causa repubblicana nella guerra civile di Spagna Ernest Hemingway rispose: ”Sto con la gente decente”.

La scelta cui siamo chiamati è ancora quella.

Anche in questi tempi confusi.

Nei quali la ragione si smarrisce, la passione civile è sgomenta, la speranza di un’Italia migliore sembra allontanarsi.

E la politica, che dovrebbe capire, pensa di non essere capita.

Non è la fine della storia, non c’è un vento della storia che allontana la società dalla sinistra.

La storia siamo noi, siamo noi a decidere la direzione del vento.

L’Italia ammaliata da Berlusconi, l’Italia “imbarbarita e xenofoba” è la stessa che per due volte in 10 anni ha votato lo schieramento progressista.

Quando suscitava speranza, fiducia, identificazione.

Prima di creare disillusione, sfiducia, allontanamento.

Per propria esclusiva, futile responsabilità.

Non si può addebitare alla modifica dei gusti del cliente la decisione di non tornare in un negozio nel quale, per due volte, ha comprato un prodotto che si è rivelato diverso da quello che gli era stato garantito.

Dirgli che il nuovo commerciante cui si è rivolto vende merce avariata è una verità  insufficiente ad indurlo a tornare.

Potrebbe decidere di non servirsi più di nessuno dei due.

Concedere la propria fiducia è una cosa importante.

Le persone serie non lo fanno con leggerezza.

E’ salutare che i cittadini siano esigenti verso di noi.

Per ristabilire un rapporto di fiducia bisogna dimostrare che qualcosa è cambiato.

Finora non è accaduto, non come dovrebbe, non come potrebbe, non come la gente vorrebbe.

E’ cambiata, anche grazie alla legge elettorale, la geografia politica, forze che vanno e forze che vengono, ma persiste la patologica tendenza all’autoreferenzialità, l’ansia di distinguersi, la presunzione di possedere in esclusiva le risposte del presente e le chiavi del futuro.

C’è tanta mediocrità in giro.

Molta presunzione e poca responsabilità.

Il Pd, ridimensionata la vocazione maggioritaria, che voleva essere una risposta di prospettiva all’impossibilità di portare a sintesi di governo una moltitudine eterogenea di forze, fatica tuttavia a rendere credibile un progetto per l’Italia sostenuto da uno schieramento alternativo.

Ciò che si vede, per ora, somiglia troppo all’Unione ed è privo della forza suggestiva dell’Ulivo.

Anziché disputare fanciullescamente di chi abbia perso più voti negli ultimi anni forse è di questo che dovremmo occuparci.

Dei contenuti che ci facciano ristabilire un rapporto col Paese e di come esprimere una forza di coalizione che garantisca, questa volta, la solidità che un Governo deve avere.

Il Pd è nato per questo.

Ma non è ancora, per curiosità, coesione, apertura, personale politico, idee il partito nuovo che voleva essere e di cui la democrazia italiana ha bisogno.

Il confronto interno non raggiunge il livello di verità che ci coinvolge.

Meglio dirlo adesso.

All’inizio della lunga marcia verso l’alternativa.

Quando c’è ancora tempo per fare bene le cose.

Meglio parlarne adesso.

Senza soggiacere al mortale ricatto del pensare positivo, ai silenzi che alimentano le complicità: non è male dire male del male.

Troia non cadde a causa del dono profetico di Cassandra ma per responsabilità di chi ignorò  i suoi richiami.

E l’accusò di disfattismo.

La constituency del Pd, la nostra consistenza valoriale e sociale resta, nella percezione degli italiani, indefinita.

Non è colpa di questo o di quello.

E’ il limite di un intero gruppo dirigente.

“Siamo nati per mostrare una differenza”, padre Bianchi mi scuserà per la citazione irriverente, ma non siamo così diversi da poter parlare in nome di una diversità.

L’attenzione alle forme organizzative è importante ma è alla cura dell’anima che dobbiamo attendere prima ancora che a quella del corpo.

Si può perdere un’elezione ma non l’anima, il senso della propria direzione, la serenità di giudizio, lo spirito di ricerca, il sentimento di comunione.

Se si smarrisce la bussola, poi, ritrovarla è terribilmente difficile.

Dobbiamo rendere pubblica testimonianza dei nostri valori.

Farli vivere nel costume di vita interno, nei rapporti con le persone, nei progetti, nelle azioni.

C’è bisogno di esempi.

Di politici capaci di amare la propria missione, il proprio Paese più di se stessi.

Il rinnovamento va praticato, non predicato.

Se non si rinnova il Pd muore.

Ma non ci serve un rinnovamento purchessia.

Non ci servono carrieristi.

Né giovani guardiani del tempio privi del dono del dubbio e così insensibili da scambiare la fedeltà con l’amore.

In questo passaggio di idee e di uomini la cosa più importante è preservare l’autenticità del confronto, non cancellarla “indossando un’unica, terribile maschera di ferro”.

Il ricambio va guidato seguendo l’idea fondativa di un partito curioso delle culture del XXI secolo, che non si basta da solo, che vuole discutere, capire, imparare e, assieme, organizzare ed agire.

E’ un risultato lontano e vicino.

Bersani deve rompere i vincoli delle appartenenze, onorare le competenze, premiare le qualità.

Le idee verranno.

E’ urgente, il popolo del Pd lo vuole, i bambini ci guardano.

I valori, come il buon senso manzoniano, non sono morti, sono solo sopiti.

La “nuova Italia”, questa “grande forza debole”, come l’ha definita Ilvo Diamanti, moderna e conservatrice, è ancora ricca di energie positive.

Di cultura del fare ma anche del pensare e del sentire.

Basta guardare al volontariato.

Ci sono problemi, non ci sono derive.

C’è un processo che l’ha resa più sensibile al messaggio individualista della destra ma la sua cultura non è monolitica, chiusa alle sollecitazioni positive, priva di contraddizioni né tanto meno definitiva.

Quest’Italia non va né giudicata né adulata.

Va capita e accompagnata nel suo cammino.

Nulla è compromesso.

Ingigantire le capacità  dell’avversario è la ricorrente tentazione di chi è più incline a dissimulare i propri difetti che a correggerli.

La destra è scossa da contraddizioni profonde.

Il declino di Berlusconi è  cominciato.

La Lega avanza ma in Lombardia e in Piemonte trova una limite alla penetrazione del messaggio ideologico che le da forza.

Al di là della concentrazione territoriale, che rappresenta un grande problema politico, vota Lega solo uno 0,78% di cittadino su 10 aventi diritto.

L’Italia non è leghista come non è berlusconiana.

Le situazioni cambiano e dobbiamo essere pronti a coglierle.

Il mondo moderno ha fretta di risultati.

Tutto si consuma nella società  dei consumi, uomini e politiche.

Tre anni sono un lampo e un pezzo d’eternità, a seconda di come li utilizziamo.

La buona politica illumini la notte e i giovani sapranno riconoscere il colore delle cose.

Li faccia sentire importanti e sapranno assumersi responsabilità.

Dia loro fiducia e la meriteranno.

Giovani veri, entusiasti, esigenti, inappagati, impazienti, imprudenti.

Giovani.

Quel che vedono non può  soddisfarli.

E’ necessario che portino lo scandalo nel tempio della politica.

Su la testa e al lavoro, allora.

Non prima di aver recitato tre mea culpa e di aver frequentato un corso accelerato di modestia.

Per rappresentare degnamente la gente decente.

“Solo chi non ha ascoltato le ultime notizie può sorridere” scriveva Bertolt Brecht.

Nonostante ognuno si affanni a dimostrare di aver vinto in queste elezioni regionali abbiamo perso un po’ tutti.

“Le ultime notizie” sono che un italiano su tre non è andato a Continua a leggere »

Che cosa è quindi la crisi se non una profonda soluzione di continuità che chiama tutti ad un profondo cambiamento, in noi, nelle nostre abitudini, nella nostra fondamentale visione del futuro.

L’edilizia è responsabile del 30% dei consumi energetici mondiali e del 40% delle corrispondenti emissioni di CO2.

E’ necessario invertire la rotta. Continua a leggere »

Il 2020, per chi è  impegnato sul fronte della sostenibilità ambientale, è un anno simbolico. Il 2020 è infatti la scadenza fissata dall’Unione Europea, nell’ambito del Protocollo di Kyoto, per centrare gli obiettivi del 20 (miglioramento dell’efficienza energetica) / 20  (riduzione delle emissioni di CO2) / 20 (quota del consumo energetico coperta con l’utilizzo di fonti rinnovabili) finalizzati a contrastare i cambiamenti climatici in atto su scala mondiale.

Ora, a noi paiono evidenti alcuni aspetti da tenere in considerazione per il raggiungimento dell’obiettivo:

1) E’ necessario non solo un cambio di tecnologie, ma un profondo Continua a leggere »

Articoli precedenti »

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.